ANPRI

Associazione Nazionale Professionale per la Ricerca

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Sul ruolo della ricerca e dei ricercatori

Lettera aperta ai candidati premier

nelle elezioni del 13-14 aprile 2008

Alla vigilia di una tornata elettorale che tutte le formazioni politiche presentano come l'occasione per dare una svolta decisiva al Paese, sia in campo politico-civile sia in quello economico, riteniamo doveroso, come Associazione professionale dei ricercatori e delle alte professionalit della ricerca, rivolgerci a coloro che si candidano a guidare il cambiamento per invitarli a una seria considerazione sul ruolo che la ricerca e i ricercatori devono occupare in una nazione industrializzata come l'Italia.

E' fin troppo facile liquidare questo argomento in un mare di luoghi comuni o di dichiarazioni di principio, coprendo il vuoto non solo dei fatti, ma spesso anche delle reali intenzioni. Purtroppo, da decenni il governo della ricerca lasciato alla buona volont, per non dire all'improvvisazione, del Ministro di turno, con risultati per forza di cose discontinui e contraddittori. Soprattutto sempre mancata una visione strategica di largo respiro del ruolo della ricerca nel Paese, sia come motore dell'innovazione e della competitivit, sia come ambiente culturale sovranazionale in grado di stimolare la capacit e la creativit come cuore della convivenza civile.

Ed proprio su questultimo aspetto che vorremmo richiamare per una volta lattenzione, per cercare di superare quella visione puramente utilitaristica della ricerca che, oltre ad essere scontata, non ha mai prodotto nulla di concreto e duraturo. Pochi, infatti, si rendono conto che la ricerca cosiddetta di punta prima di tutto un ambiente culturale internazionale in cui curiosit e creativit trovano spazio solo se sono unite al rigore metodologico. In tale ambito, ogni risultato va sottoposto ad aperto confronto con la comunit scientifica, i dati sperimentali (i fatti) vengono analizzati e interpretati, mai stravolti o peggio ignorati, e il prestigio di un ricercatore scaturisce dal riconoscimento dei risultati che ha dimostrato di saper ottenere. Il mondo della ricerca , quindi, portatore di valori praticati, dei quali tutta la societ pu beneficiare, basati sullanalisi oggettiva dei risultati, sul rispetto e sulla stima reciproca, sulla sottomissione delle proprie idee al pubblico giudizio. Anche per questo modo di operare, un Paese civile non dovrebbe esitare a considerare la ricerca come il primo vero grande investimento, con la coscienza che senza di esso nessuna riforma e nessun finanziamento pu dare i risultati sperati. Purtroppo per, fino a quando gli interventi sulla ricerca caleranno dallalto e non saranno invece basati sulla valorizzazione di chi vi opera, i ricercatori stessi, non possiamo aspettarci veri cambiamenti.

Per puntare sulla ricerca bisogna partire dalle risorse esistenti, da quella ricerca che in Italia viene gi portata avanti fra mille difficolt, non solo con punte di eccellenza, ma anche con tanto lavoro oscuro e paziente senza il quale non sussisterebbero nemmeno le condizioni ambientali per raggiungere le eccellenze stesse. Tutti questi ricercatori, molti dei quali precari o con incertissime prospettive di carriera, hanno bisogno, prima ancora dei finanziamenti, dellautonomia necessaria a gestire i progetti di ricerca ed a promuoverli a livello internazionale, di prendere parte alla definizione dei programmi scientifici degli Enti nei quali operano, di vedere il proprio lavoro valutato da esperti (come avviene in tutto il mondo col principio della peer review), di avere uno status giuridico che sancisca la specificit dei loro diritti e doveri in base ai principi della Carta Europea dei Ricercatori e permetta di valorizzare il loro merito secondo i criteri internazionalmente riconosciuti.

Naturalmente cՏ bisogno anche di finanziamenti e di infrastrutture di ricerca, ma a patto che siano affidati alla cura ed alla tutela di una categoria riconosciuta di professionisti della ricerca che siano messi in condizione di utilizzarli al meglio. Anche perch, in ogni caso, linvestimento che la ricerca richiede non di grande entit, se confrontato con quelli necessari in tutti gli altri settori.

Linvestimento pubblico in ricerca pari a circa lo 0.6% del PIL, con un leggero trend negativo negli ultimi anni, mentre i ricercatori in Italia sono meno di 4 ogni mille occupati, circa la met rispetto a Francia e Germania e meno che in tutti gli altri Paesi membri dell'OECD ad eccezione di Turchia e Messico (stime OECD 2006). Simili livelli di investimento testimoniano soltanto che, nei fatti, la ricerca resta sempre lultima delle priorit, lultima motivazione per cui battersi e per cui reperire risorse. Ma le cose stanno anche peggio di cos: la ricerca pubblica, di fatto, considerata solo unappendice del pubblico impiego, una voce di quella spesa pubblica di cui si reclama la riduzione. Una spesa quindi, e non un investimento. I ricercatori, non un capitale umano da valorizzare, ma pubblici dipendenti da contenere numericamente e da tenere incasellati in categorie contrattuali impiegatizie.

Con questa assurda impostazione, non sorprende che, in particolare, gli Enti pubblici di ricerca siano ormai ridotti a puri livelli di sussistenza, costretti a reperire altrove (Unione Europea soprattutto) i fondi per finanziare i progetti di ricerca e per assumere (a tempo determinato) qualche giovane promettente ricercatore. Tantomeno sorprende che i  ricercatori di tali Enti soffrano di un crescente disagio derivante dal divario tra la loro realt normativa ed economica e quella dei loro colleghi degli altri Paesi con i quali, quotidianamente, si confrontano.

Un Governo che realmente creda nella ricerca, nel senso delineato qui sopra, deve rovesciare questo stato di cose, da subito e con i fatti. Raddoppiare subito lattuale livello di investimento non unutopia, come non unutopia evitare di spargere finanziamenti a pioggia sui vari Enti senza criteri che rispondano ad una seria e meditata programmazione, scaturita da un continuo confronto con la comunit scientifica, che ne dovr condividere la validit rispetto agli obiettivi definiti e assumere in piena autonomia la responsabilit dell'attuazione. Gli strumenti in gran parte gi esistono, si tratta di farli funzionare a dovere per indirizzare le risorse sui progetti ed i settori ritenuti pi innovativi, senza mai comunque tralasciare di mantenere un buon livello di ricerca fondamentale in tutti i campi.

Come non , infine, utopia, valorizzare i ricercatori pubblici secondo gli autorevoli principi della Carta Europea dei Ricercatori, alla quale le istituzioni scientifiche hanno espresso immediata adesione formale che non ha poi prodotto nulla di sostanziale; occorre assicurare opportunit di carriera basate sul riconoscimento del merito, salari pi appetibili, confrontabili almeno con quelli dei loro colleghi europei, percorsi di assunzione della gran parte di quei giovani ricercatori che mancano allItalia.

Per cominciare a considerare la ricerca come un irrinunciabile investimento per il futuro, vorremmo suggerire lanalogia con la realizzazione di infrastrutture di cui tanto si parla nel nostro Paese. La ricerca la prima infrastruttura da costruire e mantenere per avere un Paese competitivo e moderno, capace di realizzare altri generi di infrastruttura in minore tempo, con minor spesa ed a maggiori standard di qualit.

E noto che ogni nuovo chilometro di autostrada costa fra 25 e 30 milioni di euro. Un miliardo di euro corrisponde a meno di 40 Km di autostrada, niente confrontato con la Salerno-Reggio Calabria o con la TAV; un miliardo di euro circa il doppio del finanziamento dello Stato al CNR, maggior Ente di ricerca nazionale!

Risparmiare sulla ricerca non conviene, quello che si perde immensamente di pi di quello che ci si pu illudere di risparmiare ora.

Cordialmente,

 

Bruno Betr

Segretario Generale ANPRI