ANPRI
Commenti sulla bozza del Governo
LINEE PER LA POLITICA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA
(presentata alle OO.SS. il 26 marzo 2002)
Il presente documento analizza i contenuti della bozza del Governo sulle Linee per la Politica Scientifica e Tecnologica, soffermandosi esclusivamente sui punti che ritiene criticabili, e per questi, oltre a fornire motivazioni alla critica, offre spunti per eventuali integrazioni e/o correzioni. Le parti del documento che non vengono citate sono evidentemente considerate condivisibili.
Il documento appare nel suo complesso ampio, chiaro e ben strutturato. La maggior parte delle osservazioni sullo stato attuale sono centrate, molte delle proposte sono concrete e ben mirate agli obiettivi. Tuttavia vi sono a nostro avviso delle carenze nelle analisi delle cause e quindi delle carenze anche nelle proposte delle azioni concrete, che è scopo di questo documento sottolineare.
Si rimanda inoltre, per ulteriori osservazioni e proposte, in particolare per quanto riguarda il sistema degli Enti di ricerca, al documento di questa Associazione "Considerazioni e proposte sul riordino degli Enti pubblici di ricerca" - Febbraio 2002.
Un primo punto che non convince è dove si dice che uno dei punti di forza del Sistema Italia è la nuova maggiore propensione delle imprese a investire in ricerca, e si dice che il 49,3% della ricerca in Italia viene svolta nelle imprese: ciò appare strano, dal momento che è ben noto che molti dei laboratori di ricerca delle grandi imprese sono stati chiusi (v. Telecom, Montedison). Occorrerebbe capire se questo 49,3% non corrisponda a spese delle industrie per acquistare "ricerca" all'estero e questo purtroppo non ha niente a che vedere con il "fare ricerca in Italia". Peraltro il dato in questione appare in contraddizione con quello riportato nel primo periodo del paragrafo 5.2, dove si dice "Il settore privato finanzia il rimanente 43% della spesa ...".
Sempre nello stesso paragrafo si individua come punto di debolezza la mancanza di commesse militari: se questa è da attribuire a scelte delle Forze Armate, allora il documento dovrebbe individuare gli strumenti per stimolare tali commesse; se la mancanza è invece da attribuire a restrizioni del bilancio delle Forze Armate, dovrebbe essere il Governo a decidere se la ricerca militare è prioritaria rispetto a ricerche in altri settori.
La "debole interazione fra le reti nazionali di ricerca: Università, EPR, impresa" è individuato come ulteriore punto di debolezza del "Sistema Italia". Questa considerazione è condivisibile in termini generali, ma é opportuno che sia immediatamente e direttamente correlata ad una carenza sostanziale del "Sistema Italia" e cioé l'assenza di una cornice unitaria di doveri e diritti nel cui ambito, pur considerando le specificità delle varie componenti, si collochino i protagonisti della ricerca: ricercatori e docenti dell'Università, ricercatori degli EPR, ricercatori delle imprese. In particolare, deve essere riconosciuto che le differenza di stato giuridico tra ricercatori e docenti universitari da un lato e ricercatori degli EPR dall'altro, impediscono la mobilità nell'ambito del sistema della ricerca pubblica.
Ancora si indica come punto di debolezza la rigidità della legislazione sul lavoro: va al riguardo osservato che in materia di legislazione del lavoro dei ricercatori tutti i paesi occidentali hanno una visione opposta, almeno per quanto riguarda le fasi successive a quella iniziale delle carriere di ricerca, perché il lavoro del ricercatore non può essere condotto in una posizione permanentemente precaria. Anche negli USA, dove la flessibilità è massima, il rapporto di lavoro nella ricerca è invece un rapporto stabile, dopo un periodo di precariato che può durare la massimo 6-10 anni. E d'altra parte la mancata assunzione di ricercatori con anni di formazione alle spalle rappresenta una perdita assai più grave per il sistema ricerca di quanto non lo sia per una impresa la perdita di personale, anche specializzato, dal momento che la formazione di un ricercatore è uno dei processi che richiedono più anni.
Sembra grave che, dopo aver sostenuto nei paragrafi precedenti, ad esempio (al paragrafo 2.4) che un punto di debolezza dell'Italia sia l'assenza di infrastrutture specializzate in "Ingegneria Matematica", e che i settori principali di intervento saranno le biotecnologie, le nanotecnologie e l'ICT (e dalla presentazione del Prof. Rossi Bernardi anche i nuovi materiali), non venga nominata, fra gli indirizzi programmatici, la necessità di un rafforzamento degli studi nelle scienze esatte e in particolare nella matematica, che fornisce strumenti di formalizzazione e capacità di generalizzazione che sono alla base del lavoro di ricerca in tutti i settori considerati strategici ed in particolare nell'infoscienza.
Commenti al Paragrafo 3.3.2 Asse 2: Sostegno della ricerca orientata allo sviluppo delle tecnologie chiave abilitanti a carattere multisettoriale
Nel paragrafo si elencano i programmi di ricerca "mission oriented" da sostenere. Tuttavia il documento non pare avere dubbi circa l'esistenza in Italia di competenze di alto livello in tutti i settori elencati. Andrebbe almeno accennato al fatto che, prima di far partire tali programmi, va valutata la presenza in Italia di centri di eccellenza nei diversi settori. In caso di assenza di competenze forti andrebbero previsti programmi di formazione di nuovi ricercatori all'estero, prima di lanciare i programmi di ricerca, per accelerare il processo di avvicinamento dell'Italia ai paesi più avanzati in un settore.
Su questo aspetto i commenti sono in linea con quanto già detto prima. Il finanziamento diretto ed indiretto all'industria deve essere preceduto da una attenta analisi di cosa significhi per le aziende "spendere in ricerca". In generale il sostegno indiretto, indipendente da qualsiasi specificità settoriale, appare più come una forma inappropriata di sostegno alle imprese.
Va inoltre osservato che i settori indicati nel paragrafo, per i quali sono previste forme di finanziamento diretto alle imprese, non sembrano vicini ai settori individuati come strategici nella parte iniziale del documento. Occorre quindi far precedere l'asse da una attenta analisi delle modalità di comportamento delle imprese nei confronti della spesa in ricerca e mettere a punto strumenti di valutazione dei risultati dei finanziamenti.
Occorre inoltre che siano le imprese a investire in ricerca ossia a finanziare i centri di ricerca italiani per la soluzione di problemi a breve e medio termine.
Mancano proposte di incentivi economici a imprese e ricercatori esperti per favorirne il trasferimento temporaneo dal pubblico al privato, come pure quelle di incentivi sul costo del lavoro - ad es. la defiscalizzazione del costo del personale di ricerca per un certo numero di anni dopo l' assunzione - che appaiono necessarie per stimolare le imprese ad investire in ricerca.
Gli interventi sulle Università possono essere meglio precisate, anche alla luce dell'avvio della riforma "3+2". Attualmente le Università sono sottodimensionate rispetto alla domanda di formazione, che il documento dice essere in linea con quella europea. Non bisogna al riguardo trascurare il crescente accesso alle nostre Università di studenti che non hanno i requisiti di preparazione necessari, principalmente a causa delle lacune formative della scuola superiore. Occorrono quindi sia una programmazione attenta degli accessi all'Università, anche tenendo conto delle esigenze del mercato del lavoro, sia una più stretta interazione tra Università e scuola al fine di favorire la preparazione degli studenti in vista dell'accesso all'Università, sia infine sviluppare, in linea con i sistemi dei principali paesi dell'Ocse, i percorsi di istruzione post-secondaria che anche nel nostro Paese stanno facendo i primi timidi passi (IFTS, ecc.). Occorre poi una programmazione fra numero di studenti e numero di docenti in modo da portare il sistema universitario al livello dei valori europei e americani.
L'aumento dei docenti corrisponde ovviamente ad un aumento dei ricercatori e quindi ad un incremento della attività di ricerca. L'eccesso di auotrefenzialità potrebbe essere più efficacemente combattuto prevedendo, nella formazione dei giovani futuri docenti, periodi obbligatori di permanenza all'estero e nelle altre sedi di ricerca italiane. Il rapporto con la società e con l'industria è già ampiamente favorito con le misure attuali, al punto tale che molti docenti non dedicano sufficiente tempo alla didattica per occuparsi dell'attività professionale. Occorre un sistema di valutazione dei titoli e dei risultati più obiettivo e più aderente ai sistemi internazionali. Gli attuali concorsi locali, se da un lato favoriscono l'autonomia delle sedi nella scelta del proprio personale docente, dall'altro non garantiscono affatto quella omogeneità di livello qualitativo che dovrebbe essere richiesta da un sistema in cui è presente ancora il valore legale del titolo di studio, e che dovrebbe essere garantita agli studenti.
É questa la parte meno chiara del documento. Non è in primo luogo chiaro se il documento si riferisca agli enti vigilati dal MIUR o a tutti gli enti pubblici di ricerca (come farebbe pensare il riferimento all'ENEA). Questo aspetto andrebbe chiarito, perché troppo diverse sono le missioni e le funzioni per poter trattare tutti gli enti con gli stessi criteri. Nel caso che ci si riferisca agli enti pubblici di ricerca nel loro complesso, un'indicazione necessaria è quella delle modalità di superamento della logica delle "competenze ministeriali" che finora ha vanificato ogni tentativo di riassetto organico del settore.
Condivisibile è la critica circa la mancata ridefinizione delle funzioni, la presenza di enti non ben differenziati, la necessità di una valutazione e di maggiore chiarezza nei rapporti con le Università, la necessità di finanziare l'attività di servizio con fondi ad hoc, in modo da non sacrificare l'attività di ricerca.
Condivisibile è anche l'obiettivo di ricercare e conseguire aggregazioni. Appare tuttavia strano quel riferimento all'attività di metrologia: o vanno fatti altri esempi, oppure sarebbe meglio eliminarlo dal testo. Infatti sono diversi i settori (ad esempio quello della salute) nei quali non si è ancora riusciti a superare l'attuale incoerente presenza di enti autonomi non ben differenziati né per ruolo né per temi programmatici. L'obiettivo di superare questa incoerenza, ben presente nella legge delega 59/97, si è rivelato nei fatti finora irraggiungibile per la impossibilità di convincere i vari ministeri vigilanti ad accettare anche deboli forme di coordinamento, come già in precedenza ricordato. Occorre quindi che il documento metta in luce la necessità di sforzi maggiori da parte del Governo per indurre opportune forme di coordinamento.
Il mantenimento negli enti della attività di agenzia non è condivisibile. Le due funzioni vanno tenute separate: infatti dove sono presenti entrambe si creano problemi nell'attribuzione delle risorse e si corre il rischio che una delle due funzioni degradi a vantaggio dell'altra. Se anche si volessero tenere insieme le due funzioni, andrebbero finanziate con fondi diversi, in modo da garantire sempre la presenza di entrambe, secondo un equilibrio stabilito nella definizione della missione dell'ente.
Risultano poco chiari gli accenni ad una nuova missione per il CNR, quella di "presidiare" "ben definiti settori interdisciplinari di intervento"; qualora si volesse dire che il CNR deve fare ricerca esclusiva in settori interdisciplinari definiti da "altri", si prefigurerebbe in realtà l'inaccettabile passaggio da un ente "multidisciplinare", che proprio da questa sua caratteristica ha tratto le capacità di affrontare con successo i settori interdisciplinari, ad un ente utilizzatore di competenze altrui per sviluppare ricerche che sarebbero inevitabilmente di basso livello qualitativo e quindi ultimamente non significative.
Non è condivisibile l'idea che la dotazione ordinaria debba essere destinata alla sola "copertura delle spese di funzionamento", mentre i finanziamenti per la ricerca dovrebbero provenire da "specifici progetti di ricerca"; non sarebbe infatti in questo modo possibile sostenere l'attività di ricerca di base di cui pure si è riconosciuta l'essenzialità.
Manca poi, nel caso del CNR ma anche degli altri enti, un cenno alla necessità di sburocratizzazione, che resta una questione attuale anche a valle delle riforme, essendo tuttora assorbite dalle burocrazie interne agli enti significative quantità di risorse che potrebbero invece essere rese disponibili per l'attività di ricerca.
Manca infine un qualunque riferimento alle forme organizzative degli enti di ricerca: essi sono tutti governati da organi composti quasi esclusivamente da membri esterni agli enti stessi, che spesso svolgono sia la funzione di pura gestione sia la funzione scientifica. In primo luogo questa forma di governo assume spesso una connotazione dirigista che mal si concilia con la natura del lavoro di ricerca, anche se programmata. In secondo luogo non è detto che tali organi distribuiscano le risorse in modo pienamente funzionale alla ricerca ma spesso lo fanno con logiche clientelari. Se poi nell'ente è anche presente la funzione di agenzia, in presenza di forme di eterogoverno l'attività di ricerca di un ente rischia di essere penalizzata a favore di quella di agenzia.
Occorre prevedere quindi che esistano negli enti organi di natura scientifica che siano diretta espressione dei ricercatori, che abbiano il potere di provvedere alla programmazione delle risorse, in linea con le indicazioni dei piani del Governo.
Il documento affronta in primo luogo il problema della formazione: purtroppo si preoccupa solo del problema della assenza di una formazione interdisciplinare. Certamente questa è necessaria per affrontare le nuove frontiere del sapere. Tuttavia il discorso non può limitarsi solo alla formazione interdisciplinare: va affermato invece che un ricercatore si deve, nei primi anni, formare in una disciplina solida e ben definita, con una comunità scientifica di riferimento che possa guidarne e valutarne i primi passi, per poter poi mettere utilmente a disposizione in ambiti interdisciplinari le proprie capacità e competenze.
L'aspetto in menzione, relativamente alla condivisa necessità che "... la politica scientifica e tecnologica accresca il numero, innalzi la qualità e curi lo sviluppo delle risorse umane per la ricerca ....", ha delle forti connessioni con la constatata attuale carenza di laureati in Italia " .... nel 1999 il 9% della popolazione fra i 25 e i 64 anni, contro il 35% degli USA, .....".
Al superamento di questa situazione, che in prospettiva può vincolare in maniera sempre più consistente la disponibilità di "cervelli" da avviare alla ricerca, può contribuire in maniera essenziale una maggiore integrazione del "Sistema Italia" anche sugli aspetti della formazione.
Il problema della formazione, visto sia allo stato attuale sia in prospettiva, si collega ad un altro importante aspetto che viene trattato nel paragrafo e cioè soddisfazione del ricercatore. Sembra che l'unico modo per aumentare questa soddisfazione sia quello di permettere al ricercatore di sfruttare le proprie scoperte. Non basta, anche perché i ricercatori impegnati nella ricerca libera non avrebbero nessuna opportunità. Occorre dare risposte positive alle istanze di motivazione che pure vengono sommariamente ricordate, ma alle quali non viene indicato come venire incontro.
Nel paragrafo sul potenziale umano due aspetti sembrano essere stati dimenticati: il primo è quello dei bassi stipendi che fa si che i migliori preferiscano andare a lavorare nelle imprese o fare ricerca all'estero. Il secondo è quello del necessario aumento del numero di ricercatori di ruolo, atto che permetterebbe di inserire nel mondo della ricerca molti giovani, dandogli anche prospettive di carriera.
Manca un riferimento al ruolo che la scuola potrebbe giocare sia nella sensibilizzazione sia nella formazione di giovani adatti al lavoro della ricerca.
Colpisce la mancanza di ogni riferimento ad investimenti sul capitale umano. Sembra che l'unica forma per l'acquisizione di risorse umane sia attraverso le borse di dottorato, post doc e assegni di ricerca. Non è in questo modo che si amplia la base dei ricercatori. Bisogna prevedere un aumento del corpo dei ricercatori, per portarlo ai numeri percentuali degli altri paesi europei. Questo passa anche attraverso una maggiore disponibilità di borse di studio e assegni di ricerca o altre forme a termine, ma occorre affrontare con realismo il problema dell'assorbimento da parte del mercato del lavoro dei giovani che non possono poi venire assorbiti dal sistema della ricerca pubblica. Si ricorda che idee del tipo di quelle qui esposte hanno finora portato inesorabilmente a fenomeni di precariato diffuso e al conseguente ricorso a sanatorie.
Anche l'accentuazione preventivata di finanziamenti a carico di fondi speciali e di accordi di programma, oltre ai segnalati problemi legati alla diminuzione delle dotazioni ordinarie degli enti di ricerca, comporta seri rischi di proliferazione delle "burocrazie della ricerca".
L'impegno finanziario complessivo, sia pure non comportante il riallineamento con gli altri Paesi europei, rappresenta tuttavia indubbiamente un serio sforzo in questa direzione e quindi si auspica da un lato che non resti sulla carta del "libro dei sogni" come è stato finora tradizione, dall'altro che si operi un attento monitoraggio della spesa, soprattutto di quella destinata a finanziare imprese private.