IL
SISTEMA DELLA RICERCA PUBBLICA IN ITALIA:
PROBLEMI
E PROPOSTE
1
PREMESSA
1.1-
Posizione
competitiva dell’Italia
1.2-
Precondizioni
per lo sviluppo della ricerca
1.3-
Funzione della
ricerca pubblica
2.1- Il quadro d’assieme
2.2- Fondi per la ricerca pubblica
2.3- Criteri per la ripartizione dei fondi
2.4- Linee prioritarie di intervento
2.5- Presidio delle tecnologie critiche
3
POLITICA DEL
PERSONALE
3.1- La situazione generale
3.2- Valorizzazione dei ricercatori
4
POLITICA NEGLI
ORGANISMI DI RICERCA
5
UTILIZZAZIONE
DEI RISULTATI DELLA RICERCA
6
CONCLUSIONI
ALLEGATO: Proposta di riforma degli enti di ricerca
Documento
predisposto con la collaborazione di:
-
Giorgio Corradini (Consigliere delegato CIDA
per le politiche di sviluppo e innovazione);
-
Vicenza Celluprica (CNR);
-
Luigi Lesca (ENEA);
-
Nicola Quirino (CESFOR-CIDA).
1. PREMESSA
1.1 Posizione competitiva dell’Italia
Nel corso degli ultimi anni, lo scenario economico mondiale è stato
contraddistinto da una progressiva integrazione dei mercati dei beni, dei
servizi e dei fattori della produzione. Tale processo, noto con il termine di
globalizzazione, è stato influenzato in maniera determinante dalle profonde
innovazioni registrate nel settore dell’informazione e della comunicazione ed
ha provocato un radicale cambiamento dell’ambiente in cui operano i cittadini,
le imprese e le amministrazioni pubbliche. In questo nuovo contesto, la
capacità di creare valore da parte di un paese, ovvero la capacità di
accrescere il benessere di una collettività, viene a dipendere in misura
crescente dalla forza competitiva del suo tessuto produttivo, dall’attitudine
cioè a sfruttare appieno le potenzialità dello stesso. Rispetto ai principali
paesi industrializzati, l’Italia si colloca oggi in una posizione di assoluta
debolezza in termini di competitività (v. Tab.1). Il nostro Paese, infatti, pur
avendo imboccato da alcuni anni la strada giusta per ridurre gradualmente il
deficit competitivo con i maggiori partner mondiali, presenta ancora ritardi
nella modernizzazione del mercato finanziario e del lavoro, una forte carenza
nel sistema infrastrutturale, un’offerta di sevizi pubblici sostanzialmente
inadeguata alle esigenza della nuova economia globale ed infine una
insufficiente propensione all’innovazione in senso lato. Continua a mancare,
più in generale, una politica finalizzata alla creazione di un ambiente fertile
per lo sviluppo e la diffusione delle innovazioni (v. Tab.2)
|
Posizione nella graduatoria |
Indicatore MERRILL LYNCH |
Indicatore IMD |
Indicatore
WORLD ECONOMIC FORUM |
|
1° |
USA |
USA |
USA |
|
2° |
Regno Unito |
Finlandia |
Olanda |
|
3° |
Svezia |
Olanda |
Irlanda |
|
4° |
Svizzera |
Svizzera |
Finlandia |
|
5° |
Finlandia |
Irlanda |
Regno Unito |
|
6° |
Irlanda |
Germania |
Svizzera |
|
7° |
Olanda |
Svezia |
Svezia |
|
8° |
Danimarca |
Danimarca |
Danimarca |
|
9° |
Belgio |
Regno Unito |
Germania |
|
10° |
Germania |
Giappone |
Belgio |
|
11° |
Giappone |
Austria |
Austria |
|
12° |
Austria |
Francia |
Giappone |
|
13° |
Francia |
Belgio |
Francia |
|
14° |
Grecia |
Spagna |
Portogallo |
|
15° |
Spagna |
Portogallo |
Spagna |
|
16° |
Portogallo |
Italia
|
Italia
|
|
17° |
Italia
|
Grecia |
Grecia |
Le telecomunicazioni, le poste, i servizi informatici, i trasporti e la salute costituiscono esempi di comparti in rapida evoluzione e dalle grandi opportunità di crescita; tuttavia, essi appaiono nel nostro Paese ancora frenati da un’eccessiva regolamentazione, spesso basata su riferimenti tecnologici e di mercato superati, e fanno registrare una scarsa propensione alla ricerca e all’innovazione da parte dei principali operatori di settore.. Comunque, uno degli ostacoli da sempre più forti, soprattutto agli occhi degli operatori stranieri, è quello rappresentato dalla struttura burocratico-amministrativa dell’Italia. Incertezza sui tempi e sulle modalità delle procedure, sovrapposizione delle competenze, impossibilità di individuare un interlocutore certo, rappresentano elementi che minano alla base la competitività del nostro sistema produttivo.
|
Paesi |
Infrastrut-ture |
Mercato finanziario |
Politiche per l’impresa |
Mercato del lavoro |
Fisco |
Innova-zione |
|
Paesi Bassi |
9.3 |
10.0 |
9.2 |
7.1 |
7.1 |
6.7 |
|
Regno Unito |
8.2 |
10.0 |
9.4 |
7.8 |
7.5 |
6.0 |
|
Germania |
9.1 |
9.6 |
8.6 |
6.2 |
6.1 |
7.5 |
|
Francia |
9.3 |
9.6 |
8.3 |
6.6 |
5.3 |
7.1 |
|
Spagna |
8.0 |
8.9 |
7.8 |
7.0 |
5.7 |
5.3 |
|
Italia |
7.5 |
8.1 |
7.8 |
6.4 |
6.1 |
5.6 |
Fonte: Nostra elaborazione su dati Business International, OECD
Tra i molteplici fattori appena accennati che influenzano il livello di
competitività di un dato sistema economico, ci sembra opportuno concentrare
prioritariamente la nostra attenzione sulla capacità di innovazione. È noto,
infatti, che la forza competitiva di un paese dipende prioritariamente proprio
dalla capacità di innovazione, dall’attitudine cioè a rinnovare
sistematicamente le strutture produttive e le strategie di azione. La capacità
di innovazione è a sua volta
strettamente connessa alla propensione ad investire nella ricerca, in beni
immateriali, in tecnologie ed in capitale umano.
Con
l’affermarsi dell’economia della conoscenza, dunque, l’ammontare delle risorse
umane e finanziarie impegnate nelle attività di ricerca scientifica e di
sviluppo sperimentale assume un ruolo strategico ai fini della crescita del
reddito e dell’occupazione. Il comparto della ricerca e sviluppo infatti,
stimolando le innovazioni di processo, di prodotto e di sistema, contribuisce
all’aumento della produttività e all’accumulazione delle competenze distintive.
1.2
Precondizioni per lo sviluppo della ricerca
Affinché
le attività di ricerca e sviluppo possano coadiuvare efficacemente i processi
di creazione di valore e fungere così da volano per l’intero sistema economico,
è necessario che siano rispettate due precondizioni.
La
prima precondizione è lo sviluppo di un
ambiente che sostenga la diffusione della ricerca scientifica e, più in
generale, i processi di innovazione. Non crediamo sia questo un problema di
trascurabile rilevanza. In Italia, infatti, le tecnologie e le innovazioni vengono
spesso percepite negativamente, ovvero non come fonte di opportunità e di
sviluppo, e si tende a creare intorno ai ricercatori un clima, se non proprio
negativo, certamente non favorevole alla loro attività. Tutto ciò non
contribuisce alla formazione di una cultura positiva intorno alla ricerca e
nell’ambiente della ricerca.
Una
visione e percezione positiva dell’attività di ricerca costituisce una
precondizione affinché i ricercatori si sentano al centro di un processo di
sviluppo positivo del paese.
La
seconda precondizione, non meno importante della precedente, è che nel
sistema-Paese la ricerca sia e rimanga libera. Si svilupperanno in questo
documento considerazioni relative alla necessità da parte degli organi di
governo di indicare linee prioritarie e congruenti in relazione ai processi di
innovazione da perseguire. Ma ora sembra opportuno ribadire un concetto
fondamentale: una volta stabilite le linee di indirizzo e le priorità di
azione, all’interno di queste i ricercatori devono sapere che i temi della
ricerca e le modalità di conduzione della stessa sono e devono rimanere
nell’ambito della loro sfera di autonomia. E’ questa una condizione
imprescindibile a difesa della dignità del ricercatore e una premessa
indispensabile affinché l’attività in questione produca risultati vantaggiosi
per tutta la comunità.
1.3
Funzione della ricerca pubblica
In
Italia, così come nelle altre economie industrializzate, l’attività di ricerca
e sviluppo viene svolta sia in ambito pubblico che in ambito privato. Nel
nostro Paese, come in tutti gli altri, si tende ad incoraggiare tanto la
collaborazione tra settore pubblico e settore privato quanto gli scambi ed i
progetti internazionali di ricerca. Tali processi, indubbiamente positivi e
necessari, hanno registrato però un differente livello di attuazione. Mentre
infatti in alcuni paesi (un esempio per tutti gli USA) tali integrazioni hanno
raggiunto risultati ragguardevoli con positive ricadute per lo sviluppo di
processi innovativi, in altri (Italia ad esempio) esse risultano difficoltose,
nonostante le incentivazioni predisposte. Ma anche di ciò si argomenterà in un
successivo documento specifico.
E’
opportuno ribadire che in un sistema-Paese sono indispensabili tanto la ricerca
pubblica quanto quella privata e che è da auspicare il rafforzamento di
entrambe, a prescindere da specifiche considerazioni che attengono ai
meccanismi di integrazione. Si vuole inoltre ribadire che la ricerca pubblica
ha una funzione indispensabile, specie nell’ambito della ricerca di base e
nella ricerca a lungo termine. Non si vuole escludere che altre realtà possano
svolgere attività di ricerca di base, ma è certo che sono gli enti ed i centri
di ricerca pubblici che hanno come missione principale quella di operare in
questi ambiti. In tal modo la funzione pubblica esercita un suo compito
primario, di fondamentale rilevanza. E’ superfluo argomentare sull’importanza
che tale attività riveste nell’ambito dello sforzo complessivo che il
sistema-Paese deve compiere nello svolgere l’attività di ricerca ai vari
livelli; crediamo sia da tutti condiviso il concetto che solo con una
consistente e qualificata ricerca di base si possono porre le premesse e le
condizioni per lo sviluppo di nuovi
filoni di una ricerca più finalizzata.
Abbiamo detto: ricerca di base e a lungo termine rappresentano l’ambito
in cui primariamente deve operare l’amministrazione pubblica. Quindi da parte
delle istituzioni deve essere data a questo settore la massima attenzione: il
che significa risorse adeguate, riconoscimento di spazi di autonomia e libertà.
Se è vero che lo sviluppo competitivo del sistema paese è legato, fra l’altro,
all’innovazione, se l’innovazione è funzione della capacità ed efficienza della
ricerca e sviluppo, e se la ricerca e sviluppo fonda le sue radici sulla
ricerca di base e a lungo termine, allora crediamo sia corretto iniziare questo
confronto con le forze attive del Paese partendo dallo stato della ricerca
pubblica in Italia. Riteniamo in tal
modo di dare un contributo qualificato per individuare le tante criticità in
essa esistenti e suggerire le modalità per il loro superamento.
In un successivo documento verranno affrontate le problematiche
relative alla ricerca nel settore privato ed i meccanismi di collaborazione ed
integrazione tra ricerca pubblica e privata. Si approfondiranno altresì le
modalità di trasferimento dei risultati della ricerca in applicazioni
industriali; in tal modo, si completerà l’analisi di tutta la problematica
della ricerca nel sistema-Paese con proposte concrete di soluzione delle
maggiori criticità oggi esistenti.
2
.1 Il quadro d’assieme
Il
nostro Paese sta affrontando cambiamenti radicali nella economia basata sulla
conoscenza. Tuttavia, la posizione italiana nel settore strategico della
ricerca e sviluppo è ancora caratterizzata da un evidente divario nei confronti
dei maggiori paesi industrializzati; divario che si traduce inevitabilmente in
un deficit di capacità competitiva. In assenza di azioni di sostegno alla
R&S, il rischio è dunque quello di non poter fronteggiare efficacemente in
prospettiva gli effetti negativi connessi alla globalizzazione dei mercati.
In
Italia, la spesa complessiva (pubblica e privata) nelle attività di ricerca e
sviluppo risulta pari a circa 13 milioni di euro, corrispondenti a poco più di
un punto percentuale di prodotto lordo, a fronte di una media europea che si
colloca al 2,2%. L’Italia, sesta potenza industriale nel mondo, investe in
ricerca, in termini relativi, meno della Repubblica Ceca, dell’Islanda e
dell’Australia, posizionandosi al 17° posto nella graduatoria dei paesi
industrializzati.
Se
si scompone il dato del nostro Paese, si rileva che la spesa in R&S
finanziata dalle istituzioni pubbliche costituisce il 57% del totale (47% la
media UE), mentre la partecipazione dei privati si riduce al restante 43% (53%
a livello comunitario). In particolare, l’incidenza delle spese in R&S sul
valore aggiunto dell’industria manifatturiera si colloca attorno al 3% in Italia,
contro un valore prossimo al 7% in Germania e Francia. In Italia, inoltre, gli
investimenti pubblici nei settori ad alta tecnologia risultano pari alla
metà del dato medio europeo. Anche il
tasso di richiesta di brevetti tecnologici risulta nel nostro Paese decisamente
più contenuto rispetto alla media della UE, rispettivamente 4% contro 14% .
Dal
suddetto quadro, emerge dunque una economia sempre più debole tanto nei settori
a base scientifica e tecnologica quanto nei settori ad elevata economia di
scala. Coerentemente con gli obiettivi delineati nella Conferenza di Lisbona,
l’Italia deve indirizzarsi verso un sistema economico basato sulla conoscenza e
sull’innovazione; ciò richiede innanzitutto un sensibile potenziamento delle
attività di ricerca e sviluppo. In definitiva, l’entità dei fondi messi sinora
a disposizione da governo e imprese per la ricerca non è compatibile con il
rango che il Paese occupa nel mondo industrializzato. La scarsità di tali fondi
mina inoltre alla base l’autonomia di chi, ai vari livelli, deve decidere sulle
linee di sviluppo da perseguire per il progresso del Paese. Ancora, la
situazione crea una grave negatività della bilancia tecnologica, che è inoltre
in continuo peggioramento. L’insufficienza delle risorse destinate alla R&S
riguarda tanto il settore privato, penalizzato dalle piccole dimensioni delle
imprese e dalla loro vocazione verso le produzioni tradizionali a basso
contenuto tecnologico, quanto il settore pubblico. La spesa
dell’amministrazione pubblica, in particolare, rappresenta appena mezzo punto
del PIL, a fronte di una quota prossima all’1% nei maggiori paesi
industrializzati. L’investimento pubblico in termini di prodotto lordo è
rimasto sostanzialmente ancorato ai livelli dei primi anni ottanta; tuttavia,
rapportato al totale delle spese della Pubblica Amministrazione, esso appare
diminuito in misura non trascurabile, con grave pregiudizio per tutto il
settore .
La
debolezza del nostro sistema nazionale di ricerca appare forse ancora più
evidente se si considera che ogni 10.000 abitanti si contano appena 26
ricercatori, contro i 60 della Germania e Francia , i 55 del Regno Unito ed i
75 degli USA. D’altro canto, sul totale degli addetti alla ricerca (circa 144
mila unità), quasi la metà dei ricercatori, che ammontano complessivamente a 77
mila unità, operano nelle Università. Da ciò se ne deduce che lo sforzo, in
termini di risorse umane, espresso dal sistema-Paese non solo nella ricerca di
base, ma soprattutto nella ricerca applicata e nello sviluppo sperimentale risulta
ancora inferiore a quello che il puro dato numerico aggregato potrebbe
indicare.
Il
quadro d’assieme che abbiamo brevemente evidenziato appare alquanto desolante.
Parlare di campanello d’allarme relativamente allo stato della ricerca nel
nostro Paese non ha più neppure molto senso Perdurando tale situazione,
l’Italia non potrà che registrare due rischi enormi. Un primo rischio è di
natura economica: la forza del nostro tessuto produttivo potrà contare sempre
meno sullo strumento dell’innovazione; il che significa che il sistema
economico sarà sempre più orientato verso i settori maturi, dove la
competizione passa attraverso la compressione del costo del lavoro e degli
altri fattori produttivi.
Un
secondo rischio è contemporaneamente di natura economica e politica. Pur
considerando che il nostro Paese è saldamente inserito nel contesto europeo,
non vi è dubbio che, per poter contribuire da primo attore in tale contesto,
esso deve accrescere la propria autonomia nel settore delle tecnologie e delle
innovazioni in senso lato.
2.2 Fondi per la ricerca pubblica
Il
primo problema che in Italia bisogna seriamente affrontare è quello delle
risorse finanziarie da dedicare all’attività di ricerca e sviluppo. Va detto
chiaramente che questo problema va risolto prioritariamente e a prescindere
dall’affrontare i molti, tanti, problemi che questa attività presenta. Dedicare
poco più dell’1% del PIL alla ricerca e sviluppo è inaccettabile per uno dei
maggiori paesi industrializzati.
Nel
quadro d’assieme che abbiamo presentato più sopra è evidente quale è il “gap”
tra l’Italia e gli altri partner industrializzati. Senza voler confrontare le
risorse messe a disposizione dal sistema Italia con quelle USA o giapponesi, è
tuttavia opportuno effettuare una comparazione almeno con gli altri paesi
europei. Ebbene, la differenza è pur sempre di un punto percentuale di prodotto
lordo. Naturalmente la differenza diventa abissale se si confrontano le cifre
in valore assoluto dell’Italia con quelle della Germania e della Francia.
Appare
pertanto indispensabile che l’Italia tenda a raggiungere in tempi brevi il 2,2%
del PIL come risorse finanziarie da dedicare al settore in questione. Questo è
l’obbiettivo che è stato suggerito da più parti e che anche l’attuale
maggioranza di governo si è posta ad inizio legislatura, salvo poi
disattenderlo clamorosamente nella stesura della prima finanziaria. Siamo
pertanto in attesa di conoscere gli impegni che il governo nel prossimo DPEF
intende prendere per sostenere le attività di ricerca e in che misura il piano
proposto recentemente dal ministro Moratti verrà recepito.
Si
badi bene che in termini di competitività, quanto ipotizzato non è
assolutamente un obiettivo ambizioso, se si tiene conto del deficit di ricerca
ed innovazione accumulato dal nostro sistema-Paese almeno nell’ultimo decennio;
deficit che richiederebbe per essere colmato uno sforzo aggiuntivo di entità
rilevante.
PROPOSTA:
La
proposta è quindi di incrementare entro il 2006 le risorse finanziarie per la
ricerca e sviluppo portandole al 2,2% del PIL, secondo una scaletta che viene
riportata nella tabella sottostante.
Tab.3 Proposta di incremento delle risorse per la R&S
|
ANNO
2002 2003 2004
2005 2006 |
|
PIL reale (var.% )
2.0 2.5 2.5 2.5 2.5 |
|
Spese totali R&S su
PIL (%) 1.05 1.35
1.65 1.95 2.2 |
|
Spese totali R&S (MLD Euro ) 12.70 16.73
20.86 25.31 29.18 |
|
- di
cui P.A. (MLD Euro) 7.24 9.79 12.52 15.56
18.38 |
|
- di cui imprese (MLD Euro) 5.46 6.94 8.34 9.75
10.80 |
|
% spesa P.A. su spese totali 57.0 58.5 60.0 61.5
63.0 |
2.3
Criteri per la ripartizione dei fondi
Si
tratta di stanziare, in buona sostanza, ogni anno una cifra aggiuntiva di 3-4
miliardi di euro per l’attività di ricerca e sviluppo fino a raddoppiare,
appunto, nell’arco di quattro anni le risorse disponibili. Questo, a nostro
avviso, dovrebbe essere uno degli impegni prioritari del governo, se si vuole
effettivamente modificare nel medio-lungo periodo la competitività’ del nostro
Paese .
Abbiamo
precedentemente evidenziato come in Italia le spese per la ricerca e lo
sviluppo finanziate dalle istituzioni pubbliche costituiscano il 57% del totale
(circa 10 punti percentuali in più della media comunitaria). A nostro avviso,
questa situazione, di maggior contributo della componente pubblica alle spese
di ricerca, è destinata a permanere, anzi nei prossimi anni dovrà essere
incrementata. Infatti, in Italia il sistema privato è debole relativamente allo
sforzo finanziario da destinare alla ricerca e sviluppo. Tale situazione ha le
sue radici in molte cause, ma una va in particolare sottolineata. In Italia
oramai, operano quasi esclusivamente aziende di dimensioni medie e piccole; i
grandi gruppi si contano sulle dita di una mano, e non sono neppure tali a
livello mondiale. Inoltre, un numero significativo di società medie e piccole
fortemente innovative fanno parte di gruppi esteri. Ora è noto che, salvo
lodevoli eccezioni, le aziende di piccole e medie dimensioni non hanno la
possibilità di dedicare risorse per la ricerca e molto spesso non hanno neppure
la cultura, e quindi la volontà di farsi carico di questa problematica. Così
queste società cercano di mantenere la loro competitività facendo leva su
fattori diversi dall’innovazione, con risultati apprezzabili, ma certamente di
breve respiro. E’ noto, d’altra parte, che le multinazionali, presenti in
Italia con attività anche significative, svolgono principalmente la loro
attività di ricerca nei centri ubicati, in genere, presso i loro “head quarter
“.
Da
quanto abbiamo evidenziato, si evince che per ancora alcuni anni le istituzione
pubbliche dovranno farsi carico di uno sforzo anche di supplenza nei confronti
del settore privato. Ciò almeno fino a quando mettendo in campo diversi
strumenti, che cercheremo di indicare nei prossimi nostri documenti, non si
metterà in moto un processo virtuoso all’interno del tessuto imprenditoriale
italiano .
Per
entrare ancora più nel merito e concretamente, riteniamo che nei prossimi anni
lo sforzo aggiuntivo da parte pubblica dovrà essere tale da portare il
contributo alle spese di ricerca totale dal 57% dell’anno 2002 al 63% nel 2006
(in valore assoluto da 7,3 MLD di euro del 2002 a 18,4 MLD di euro nel 2006).
Sarà
importante però che le risorse incrementali siano utilizzate in modo mirato,
per aumentare lo sforzo di ricerca in aree considerati prioritarie, evitando
così quel fenomeno tanto deleterio dei finanziamenti a pioggia che hanno avuto
il solo effetto di disperdere le energie del sistema paese .
PROPOSTA:
Riteniamo
di dover indicare i seguenti criteri di utilizzo:
§
il
10% del totale, pari a 0,25 MLD di euro nel 2003 fino a 1.11 MLD di euro nel
2006, dovrebbe essere utilizzato per incrementare la dotazione di investimenti
fissi;
§
il
30% del totale, pari a 0,75 MLD di euro nel 2003 fino a 3.33 MLD di euro nel
2006, dovrebbe essere utilizzato per l’adeguamento delle retribuzioni del
personale e in specie dei ricercatori. Una tale politica adeguerà le
retribuzioni ai livelli europei, eliminando così una delle cause che
favoriscono la fuga dei cervelli dal nostro Paese. Si dovranno tuttavia mettere
in atto criteri meritocratici nella politica retributiva;
§
infine,
il 60% del totale dovrà essere destinato all’incremento del numero di addetti
alla ricerca nel sistema pubblico .
Oggi il numero degli addetti alla ricerca nel settore pubblico è stimabile intorno alle 74 mila unità. Nel giro di quattro anni il numero di addetti dovrebbe salire a 145 mila con un incremento quindi di 71 mila unità .Si badi bene che, nonostante questo sforzo, il livello di ricercatori totali in Italia passerebbe da un indice di 26 ogni diecimila abitanti ad un indice di 45, in confronto a un indice di 60 della Germania e della Francia .
Quello
che proponiamo è un progetto ambizioso che richiede una sforzo enorme in
termini di selezione e assunzione di personale altamente qualificato, che
richiede anche piani di formazione e di integrazione nelle realtà esistenti .
Si
tratta di lanciare un grande piano di potenziamento della ricerca pubblica che
deve coinvolgere tutte le migliori energie del Paese con l’obbiettivo di
permettere realmente un salto significativo dell’Italia in termini di
competitività basata sull’innovazione.
2.4 Linee prioritarie di intervento
Un
investimento epocale come quello che stiamo prefigurando nel campo della
ricerca pubblica deve, a nostro avviso, rispondere a criteri di massima
selettività, in modo da concentrare le risorse in aree di intervento
prioritarie.
Dovrà
quindi essere garantita la concentrazione delle risorse in settori che si
ritiene diano le maggiori probabilità di contribuire allo sviluppo
socio-economico del Paese, attraverso un deciso contributo dell’innovazione in
tali aree. Non può sfuggire la delicatezza del processo di scelta di tali aree
prioritarie; processo che deve avvenire con il contributo di istituti ed
esperti che l’esecutivo ha a disposizione.
PROPOSTA:
Noi
ci permettiamo di indicare QUATTRO AREE da privilegiare, in quanto determinanti
per uno sviluppo competitivo del Paese :
§
ENERGIA
E AMBIENTE
§
NUOVI
MATERIALI
Fotografando
la situazione italiana ad oggi in termini di R&S nelle quattro aree sopra elencate,
in confronto con gli altri paesi, si deve constatare ancora una volta il
divario esistente con questi ultimi.
Allora,
è da auspicare che il 50% di tutte le risorse finanziarie aggiuntive proposte
nel nostro modello che verranno messe a disposizione dal sistema pubblico per
attività di R&S sia concentrato per il potenziamento della ricerca pubblica
in queste quattro aree.
Una
tale politica , senza penalizzare le altre aree che comunque vedrebbero
aumentare le risorse disponibili, permetterebbe di iniziare un circuito
virtuoso facendo appunto leva sulla ricerca nelle aree più trainanti in termini
di innovazione e quindi di recupero di competitività per l’economia del nostro
Paese.
2.5 Presidio delle
tecnologie critiche
Un’altra funzione fondamentale di cui si deve far carico il comparto pubblico è il presidio delle tecnologie critiche per il Paese. Le tecnologie sulle quali bisognerà poter operare in autonomia ed in modo competitivo a livello mondiale dovranno ricomprendere ovviamente quelle “key technologies” relative alla aree prioritarie di intervento illustrate nel paragrafo precedente, assieme a tecnologie di altre aree di interesse strategico. A tale proposito, è indispensabile che, sull’esempio di altri paesi industrializzati, venga costituito un OSSERVATORIO PERMANENTE che aggiorni periodicamente l'elenco delle tecnologie critiche. Oltre all’aggiornamento, l’osservatorio in questione dovrà monitorare lo stato di tali tecnologie, tenendo conto, fra l’altro, dei seguenti parametri:
-
grado di
sviluppo della tecnologia;
-
posizionamento
dell’Italia sul piano tecnico-scientifico;
-
posizionamento
del Paese a livello industriale.
In
funzione degli eventuali punti di debolezza che si dovessero evidenziare, si
dovrà sviluppare un processo che preveda il superamento di tali debolezze
attraverso progetti specifici da attuare da parte dei vari attori coinvolti. E’
evidente che a questi progetti dovranno essere destinate risorse finanziarie
adeguate, secondo le priorità in precedenza sottolineate.
3.1 La situazione
generale
L'autonomia delle istituzioni di ricerca è un principio costituzionale,
ma la sua attuazione è nella quasi totalità dei casi ancora sulla carta.
Infatti non può esistere vera autonomia laddove manchi l'autogoverno dei
ricercatori. La generalità degli enti
di ricerca è eterodiretta, con pesanti condizionamenti da parte dello Stato che
ne nomina gli organi di governo, così che
la comunità scientifica interna è di fatto esclusa dai momenti della
programmazione e della gestione scientifica dell'ente di appartenenza.
L'impermeabilità delle strutture di governo degli enti di ricerca nei confronti
di qualsiasi forma di coinvolgimento
dei ricercatori nei momenti decisionali, aggravata da una crescente tendenza a
privilegiare il ricorso ad
"esperti" esterni o a "manager" reperiti sul
"mercato", si riflette negativamente sulle attività dei ricercatori,
le quali tendono ad essere organizzate in modo gerarchico, e a riguardare
soprattutto gli aspetti "istituzionali" a scapito della novità e del
rischio che comporta l'avventurarsi su sentieri inesplorati.
Una situazione di questo tipo è
estremamente dannosa per la professionalità e l'autonomia scientifica dei
ricercatori, per la forza della rete degli enti pubblici di ricerca e di
conseguenza per lo sviluppo scientifico ed economico della società nel suo
complesso. Per uscirne, occorre che
anche nel caso delle istituzioni pubbliche di ricerca si attuino i
principi di "arretramento dello Stato" e di sussidiarietà che si
stanno introducendo in altri settori.
Occorre in sostanza realizzare una vera autonomia delle istituzioni
medesime, dando fiducia alle comunità scientifiche che in esse operano e
attenuando i condizionamenti oggi esistenti; autonomia che è stata
ulteriormente appesantita dalla recente riforma verticistica ed accentratrice
ex legge 59/97. In altri termini, si tratta di fondare l'autonomia degli enti
di ricerca sull'autogoverno dei ricercatori, superando il concetto di autonomia
intesa come "mano libera" concessa a fiduciari del Governo di turno,
che ancora caratterizza la quasi totalità degli enti di ricerca. Non è un caso
che l’ente di ricerca che viene spesso citato come modello di eccellenza,
l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) ha organi di governo eletti
dalla comunità scientifica che opera nell’ente, la quale designa anche il
Presidente e partecipa pienamente alla proposta dei temi di ricerca e alla
gestione della ricerca stessa.
In questo quadro, resterà comunque al Governo e al Parlamento
l'indicazione degli indirizzi strategici e la relativa allocazione delle
risorse, previa consultazione della
comunità scientifica nazionale. Sulla base di tali indirizzi le comunità
scientifiche delle istituzioni di ricerca, sia di tipo "generalista"
sia di tipo specialistico, dovranno definire piani di attività con obiettivi e
tempi di realizzazione definiti e verificabili.
Al potenziamento dell'autonomia dei ricercatori basata sull'autogoverno
dovrà corrispondere una maggiore responsabilizzazione dei ricercatori e una più
stringente valutazione dei risultati.
Il delicato equilibrio tra diritti e doveri dei ricercatori che si deve
realizzare al riguardo richiede che si sciolga il nodo dello stato giuridico,
che nei suoi principi fondanti va sottratto ad ogni forma di
contrattualizzazione e definito quindi per legge.
Sulla base delle osservazioni fin qui formulate, costituiscono
interventi di carattere generale, necessari e di più immediata urgenza per
favorire lo sviluppo del sistema ricerca italiano, l’aumento del numero dei
ricercatori (di cui si è già parlato in precedenza), la revisione dell’assetto
di governo del sistema della ricerca pubblica, la revisione del riordino del
sistema degli enti pubblici di ricerca. Della valorizzazione dei ricercatori
tratteremo in apposito punto.
A
partire dal D.Lgs. 204/98, vari
interventi legislativi hanno riguardato sia il governo del sistema sia singoli
o gruppi di enti di ricerca. Per quanto
riguarda il governo del sistema, il ruolo di coordinamento delle politiche per
la ricerca assegnato al CIPE dal D.Lgs.
204/98 appare di scarso rilievo. Di conseguenza, il punto di riferimento
per gli enti di ricerca in materia di indirizzi di ricerca tende ad essere costituito
dai Ministeri vigilanti. Questa circostanza, senza nulla togliere al ruolo
svolto da tali organismi, tende a settorializzare e a frammentare il comparto e
le politiche della ricerca, con conseguenze dannose, a causa dei fenomeni di
interrelazione, anche sull'efficacia delle altre politiche. Occorre quindi
introdurre un momento di reale coordinamento delle politiche della ricerca che
fornisca gli opportuni indirizzi strategici, senza sconfinare nel dirigismo nei
confronti delle comunità scientifiche che tali politiche sono chiamate ad attuare.
E’ inoltre indispensabile rimettere mano ad una azione di riordino del sistema
degli enti pubblici di ricerca, apportando i necessari correttivi alle riforme
attuate nel corso della XIII legislatura, sostituendo ad una impostazione di
tipo dirigistico una organizzazione basata sull’autonomia e l’autogoverno della
comunità scientifica.
3.2 Valorizzazione dei ricercatori
Elemento essenziale di un efficiente sistema ricerca è non solo
l’entità, ma anche la qualità del capitale umano. Ciò richiede che la
professione di ricercatore nelle istituzioni pubbliche (ma anche nel settore
privato) risulti attraente per i “cervelli”, che altrimenti, e questo è
dimostrato, migrano verso altre professioni e altri Paesi.
Come presupposto generale, occorre favorire la crescita di una cultura
scientifica tra i giovani, incentivando un incontro tra scuola, università e
enti di ricerca che mostri il valore del metodo scientifico e il contributo che
la ricerca può dare alla soluzione dei problemi di una società complessa come
l'attuale. Occorre anche favorire la
mobilità dei ricercatori tra università, enti di ricerca e imprese, come
strumento importante di confronto e di arricchimento reciproco, oltre che per
diffondere conoscenze altamente qualificate, creando così un terreno fertile
per le iniziative di ricerca. Ma, soprattutto e in termini di urgenza, occorre realizzare una effettiva
valorizzazione dei ricercatori. È questo uno degli aspetti dichiarati ma in
realtà più deboli della riforma degli ultimi anni, realizzata senza coinvolgere
i ricercatori e per alcuni aspetti "contro" i ricercatori (vedi
declassamento dei ricercatori degli enti pubblici dal livello dirigenziale a
quello del personale tecnico e amministrativo).
La
valorizzazione passa per il riconoscimento sopra menzionato dell'autonomia e
dell'autogoverno dei ricercatori e
per la fissazione delle norme fondamentali del loro stato giuridico, nonché per una rivalutazione del loro
trattamento economico.
I
ricercatori italiani sentono più di ogni altro il disagio della ricerca in
Italia: sono pochi, sottopagati
rispetto ai loro colleghi operanti all'estero, assillati dalla burocrazia, e, last but not least, all'interno di un
sistema ricerca nel cui ambito steccati ed ostacoli impediscono una vera
mobilità tra istituzioni scientifiche, elemento vitale per lo sviluppo della
scienza. In queste condizioni, pensare ad un rientro di cervelli emigrati
all'estero o addirittura ad attirare cervelli stranieri risulta del tutto ingenuo. Quand'anche un ricercatore operante all'estero fosse attirato
dalla possibilità di ricevere in Italia maggiori finanziamenti per la propria
ricerca, difficilmente deciderebbe davvero di stabilirsi nel nostro Paese nel
momento in cui si vedesse considerato dal contratto di lavoro come un impiegato,
come succede ai ricercatori del comparto degli enti di ricerca e in misura
ancor più marcata ai ricercatori dell'ENEA.
Uno dei punti di forza degli altri paesi è proprio la forte capacità di
attrazione di ricercatori stranieri e la conseguente internazionalizzazione
delle strutture.
Si
tratta di intervenire, anche per realizzare le esigenze di mobilità sopra
segnalate, sia sul piano economico, elevando progressivamente le retribuzioni a
livelli europei, sia sul piano dello status, realizzando l'omogeneità
dell'intera comunità scientifica nazionale operante in ambito pubblico per quanto riguarda gli aspetti
fondamentali del reclutamento, della progressione in carriera, della mobilità,
dei diritti e dei doveri; tali aspetti devono essere determinati da apposita
legge.
Infatti, la regolamentazione per legge di tali elementi di status deve
avere come obiettivo l’ottenimento di un elevato livello della qualità del
capitale umano attraverso: adeguate norme di reclutamento che assicurino alla
ricerca i giovani più dotati; l’incentivazione alla crescita della
professionalità mediante la previsione di percorsi di carriera, ed economici,
basati sulla valutazione, con i metodi propri della comunità scientifica;
l’accentuazione della responsabilizzazione dei ricercatori, a fronte di una
loro maggiore autonomia scientifica.
Va ribadito con forza che l'indipendenza del ricercatore, requisito
necessario per l'efficacia e l'autorevolezza scientifica dell'Istituzione di
appartenenza, può essere nella attuale situazione garantita solo da uno status
pubblico, in assenza completa di un "mercato della ricerca" che
autolimiti i tentativi di avere dei ricercatori asserviti a interessi politici
od economici. Del resto norme di garanzia dello status dei ricercatori esistono
negli altri Paesi europei; piena equiparazione nell'ambito del sistema della
ricerca pubblica esiste ad esempio in Francia, paese dove l'organizzazione
scientifica è più simile alla nostra.
4. POLITICA NELLE
ISTITUZIONI DI RICERCA
I ruoli dei principali attori della ricerca pubblica in Italia –
Università, CNR, Enti con missioni specifiche – non sono oggi riconducibili a
criteri di politica generale della ricerca condivisi tra i Paesi
tecnologicamente avanzati. Il legame strutturale esistente, ad es., tra le
Università americane e le imprese non ha la stessa consuetudine in Italia. Le
situazioni di fatto costituiscono pertanto un punto di partenza obbligatorio,
ma occorre individuare linee di evoluzione che tengano conto anche delle esperienze
in atto in altri Paesi.
Compito primario dell’Università resta la formazione; la ricerca
costituisce lo strumento essenziale per l’aggiornamento e la condivisione delle
linee di tendenza con la comunità scientifica internazionale ed è mirata
specificamente all’approfondimento delle conoscenze. Per struttura e
organizzazione, l’approccio progettuale, soprattutto per le iniziative di lungo
periodo e di rilevante dimensione, non le è proprio.
Gli Enti di ricerca, con l’eccezione significativa del CNR, perseguono
tutti obiettivi appartenenti ad un numero limitato di temi e sono, o dovrebbero
essere, orientati all’esecuzione di grandi progetti di ricerca e sviluppo,
anche con la realizzazione di prototipi. Contatti e collaborazioni con imprese
dovrebbero essere organici e sistematici; il trasferimento tecnologico nella
sua varietà di metodologie – dalla creazione di spin-off all’esecuzione di
progetti congiunti enti-imprese, dal supporto tecnologico alla formazione e
all’informazione- dovrebbe essere parte integrante delle attività, pur
rimanendo la ricerca scientifica e tecnologica il compito fondamentale. La
ricerca di base, infatti, anche se in
misura diversa, deve essere mantenuta, poiché, come hanno da tempo compreso i
Paesi scientificamente più avanzati, lo sviluppo scientifico si realizza solo
se sostenuto da un forte sviluppo della ricerca di base. Il CNR per il suo
ruolo storico e attuale, per la sua struttura e per l’ampiezza delle tematiche
trattate si differenzia nettamente dagli altri enti di ricerca. La ricerca di
base trova in esso, in particolare, una sede consona con l’organizzazione e le
competenze che gli sono proprie.
Per ottenere che ciascuna istituzione di ricerca svolga il proprio
ruolo efficacemente, in una logica di sistema, occorre intervenire di nuovo sul
sistema stesso, essendo del tutto insoddisfacente il quadro risultante a
seguito degli interventi operati nella XIII legislatura. Nella scorsa
legislatura, infatti, è stata impostata una riforma del sistema ricerca che
avrebbe dovuto positivamente incidere sul sistema stesso secondo le direttrici
principali:
·
la definizione
del cosiddetto "quadro di comando" del sistema ricerca;
·
l'individuazione
di organismi di valutazione;
·
la
razionalizzazione e una diversa organizzazione degli enti di ricerca
·
la
valorizzazione del personale che in essi opera.
I
risultati sono stati tutt’altro che esaltanti:
·
il quadro di
comando è stato realizzato solo in parte;
·
le
"competenze ministeriali" non sono state definite;
·
gli organismi
di valutazione, a partire dal CIVR, non
hanno finora dato alcun significativo contributo al miglioramento della qualità
del sistema;
·
la riforma
degli Enti di ricerca ha riguardato un numero limitato di enti, per i quali
poco o nulla è cambiato (è il caso dell'ENEA) oppure, dove si è inciso più
radicalmente, il nuovo assetto "razionalizzato" non risulta più
efficiente del vecchio;
·
la prevista
valorizzazione del personale non ha dato i risultati sperati.
Occorre
quindi rimettere mano all’azione riformatrice, che, senza pretendere di
"cambiare tutto" , apporti i correttivi che risultino necessari.
Le
conoscenze accumulate grazie all’attività di ricerca sia pubblica che privata,
così come le invenzioni ed i ritrovati derivanti dalla stessa, sono il
risultato concreto di tale attività, e si può dire, in termini commerciali, che
siano il prodotto della ricerca.
Affinché
i risultati della ricerca diventino strumento di sviluppo di una azienda, ma
anche di sviluppo del “ sistema paese
“, è necessario evitare che essi risultati siano dispersi e che
soprattutto diventino patrimonio comune
della concorrenza che per le imprese si identifica con le aziende concorrenti,
e per il “sistema paese “ si identifica con gli altri paesi con i quali ci si
misura in termini di competitività .
Il
prodotto della ricerca costituisce una ricchezza degli Enti promotori e
conseguentemente del Paese che non può essere dispersa o non utilizzata, o
peggio che non può diventare strumento di sviluppo dei “competitors“. In buona
sostanza le conoscenze, i ritrovati e le invenzioni devono trasformarsi in
attività che permettano lo sviluppo del paese nelle sue varie accezioni:
culturale, sociale, economico.
Per
quanto riguarda i risultati della ricerca che possono essere utilizzati per uno
sviluppo economico, la trasformazione in attività di impresa è la strada
normale per la valorizzazione. Tale processo che per semplicità, ma
impropriamente, viene chiamato trasferimento tecnologico, richiede particolari
attenzioni nelle seguenti tre fasi:
1.
Protezione e
difesa dei risultati conseguiti;
2.
Trasferimento
degli stessi agli operatori imprenditoriali;
3.
Consolidamento
degli stessi in sviluppo di impresa .
L’importanza
e la delicatezza di tali processi, che possono, se mal gestiti, pregiudicare il
reale sviluppo legato all’innovazione, richiedono una analisi specifica e
sollecitano proposte circostanziate. Pertanto riteniamo di dover sviluppare
tale argomento in un apposito, prossimo documento.
Ora
ci limitiamo solamente ad alcuni aspetti di questa problematica più legati alla
prima delle tre fasi appena ricordate, cioè quella della protezione e difesa
dei risultati conseguiti. Tale fase è la più vicina al processo di ricerca e
coinvolge in modo diretto i centri di ricerca e ad esso devono partecipare in
modo sostanziale i ricercatori.
E’
opportuno fare ora un confronto quantitativo tra i brevetti depositati in un
anno dal “sistema Italia “, inteso come aziende italiane e centri di ricerca
pubblici, rispetto agli altri paesi
industrializzati.
Dai
dati riportati nella successiva Tab.4, risulta evidente la differenza esistente
tra l’Italia e gli altri paesi a tutto svantaggio del nostro. Questa differenza
dipende, a nostro avviso, da tre fattori, che sintetizziamo di seguito.
Il
primo fattore è il volume assolutamente insufficiente di risorse investite in
ricerca dal “sistema Italia “, argomento che abbiamo già trattato in questo
documento, e rispetto al quale abbiamo avanzato proposte precise.
C’è
un secondo fattore che senza alcun dubbio va attentamente considerato: la
scarsa propensione sia del settore privato italiano che di quello pubblico
operanti nella ricerca a proteggere e difendere i risultati della ricerca con
sistemi di riservatezza, ma ancor più attraverso una seria e costante politica
di brevettazione.
Le
aziende private, specie se piccole e medie tendono a considerare il deposito e
la difesa dei brevetti con fastidio e solo come un costo e non come un
investimento. I centri ed Enti di ricerca pubblici non sono, in genere,
adeguatamente organizzati per una politica di difesa e protezione dei risultati
della ricerca.
|
Paesi
UE e USA |
Brevetti UE |
Brevetti USA |
Totale brevetti |
|
Svezia |
90 |
47 |
137 |
|
Germania |
89 |
46 |
135 |
|
Austria |
85 |
49 |
134 |
|
USA |
41 |
91 |
133 |
Paesi Bassi
|
79 |
39 |
118 |
|
Belgio |
56 |
39 |
95 |
|
Danimarca |
56 |
29 |
85 |
|
Finlandia |
58 |
25 |
83 |
|
Francia |
47 |
27 |
74 |
|
Italia |
47 |
24 |
71 |
|
Regno Unito |
41 |
27 |
68 |
|
Irlanda |
31 |
21 |
52 |
|
Spagna |
13 |
5 |
18 |
|
Grecia |
7 |
2 |
9 |
|
Portogallo |
2 |
1 |
3 |
|
Media UE |
59 |
32 |
91 |
FONTE: Nostra elaborazione su dati
EUROSTAT
Ma
quello che vogliamo mettere in evidenza in questa occasione è il terzo fattore,
cioè la scarsa propensione dei ricercatori a considerare importante per se
stessi e indispensabile per il sistema paese che i risultati del loro lavoro
siano, quando possibile, protetti da brevettazione. I ricercatori normalmente
considerano la pubblicazione come coronamento del loro impegno di ricerca, e
conseguentemente, la segretezza dei risultati e poi la loro brevettazione, come
un onere aggiuntivo se non come un ostacolo al completamento e coronamento dei
loro sforzi.
E’
importante quindi sviluppare una cultura del valore commerciale dei risultati
della ricerca, che devono essere appunto considerati come una ricchezza degli
Enti e del paese, e come tale difesa e utilizzata. I ricercatori sono in genere
ostici a lasciarsi coinvolgere nel processo di protezione e difesa dei
risultati del loro lavoro di ricerca.
PROPOSTE
:
§
Si
dovrà sviluppare, da parte dei ministeri competenti, un progetto specifico
relativo alla diffusione della cultura della protezione e difesa dei risultati
della ricerca, che preveda anche attività formative in tale campo per tutti gli
operatori della ricerca ai vari livelli.
§
Presso
il ministero competente dovrà essere costituito un osservatorio che oltre a
monitorare i comportamenti di aziende e istituti e centri di ricerca, elabori
dati e situazioni da mettere a disposizione della comunità scientifica e
proponga anche strumenti da mettere in atto per sviluppare in enti ed individui
la cultura della protezione brevettale.
§
Ogni
Ente deve prevedere strumenti organizzativi idonei per tale attività, dotandosi di strutture
adeguate.
§
I
ricercatori dovranno essere opportunamente formati nella cultura della difesa
brevettale del loro lavoro. In tale contesto si dovranno mettere in atto
sistemi che prevedano il giusto riconoscimento dei meriti e diritti dell’inventore
sia in termini economici che motivazionali, stimolando così il coinvolgimento
degli stessi ricercatori .
Si
riprenderà quanto accennato in questo capitolo in un prossimo documento in modo
più dettagliato ed articolato .
In questo documento, abbiamo ritenuto opportuno affrontare le
problematiche della ricerca pubblica in Italia, come primo argomento di una più
vasta analisi dei fattori da cui dipende la competitività di un sistema-Paese.
Questo documento sullo stato e sulle prospettive della ricerca nel settore
pubblico costituisce dunque una prima tappa. Si tratta di una tappa importante,
oseremmo dire fondamentale, in quanto la ricerca rappresenta uno dei fattori
determinanti nell’influenzare la capacità di innovazione che a sua volta è
fondamentale, nell’economia della conoscenza, per la competitività di un paese
industrializzato. Abbiamo riportato dati, tabelle e considerazioni di fonti
diverse, ma tutto sembra convergere verso un’unica valutazione: la situazione
della ricerca pubblica in Italia è non solo critica, ma si sta avvicinando
sempre più al collasso. Il quadro appare tanto più fosco se si tiene conto che
l’attività di ricerca nel settore privato versa in una condizione ancora
peggiore. Abbiamo pertanto ritenuto urgente passare dall’analisi della
situazione esistente alla formulazione di una serie di proposte, le quali non
possono che prevedere una cura d’urto.
In
questo documento abbiamo avanzato proposte precise e circostanziate, in particolare
a nostro parere occorre :
-
promuovere una
vasta campagna istituzionale con l’obiettivo di sviluppare un ambiente
favorevole, positivo per la ricerca, che deve essere percepita e riconosciuta
come fattore determinante per il progresso civile ed economico del Paese;
-
stanziare
risorse economiche aggiuntive che portino almeno a più che raddoppiare i
finanziamenti del settore pubblico;
-
raddoppiare in
quattro anni la consistenza dei ricercatori nel settore pubblico,
concentrandoli prioritariamente negli enti e nei centri di ricerca, cioè nelle
realtà deputate alla ricerca di base, applicata e allo sviluppo con finalità di
creare le premesse per un utilizzo pratico dei risultati della ricerca;
-
scegliere aree
di intervento strategicamente selezionate e conseguentemente attuare una
politica selettiva nell’allocazione delle risorse, puntando su settori e
tecnologie avanzate, per riscattare il Paese da un appiattimento su attività
mature e a basso valore aggiunto;
-
impegnare enti
e centri di ricerca su obbiettivi di
grande respiro e notevole spessore e, conseguentemente, elaborare progetti
pluriennali di ricerca e sviluppo;
-
presidiare le
tecnologie critiche per garantire al Paese una autonomia in settori economici
chiave;
-
attrarre e
mantenere nella ricerca le migliori risorse umane del Paese. La qualità dei
ricercatori è l’unica garanzia di successo dell’attività di ricerca. Si dovrà,
pertanto, attuare una politica di forte motivazione dei ricercatori in termini
di status ed in termini economici, creando anche un ambiente favorevole al
mondo della ricerca e garantendo l’autonomia scientifica dei ricercatori .
-
realizzare una
vera autonomia degli enti e centri di ricerca, dando fiducia alle comunità
scientifiche e fondando l’autonomia sull’autogoverno dei ricercatori .
-
eliminare
tutti gli ostacoli di natura burocratica per poter utilizzare al meglio le
risorse a disposizione. Si dovrà dare certezze sull’entità e tempi dei
finanziamenti;
-
adottare ed
utilizzare sistemi di valutazione dei risultati della ricerca applicando
strumenti già collaudati in ambito internazionale;
-
rendere
efficienti gli enti e i centri di ricerca snellendo l’attività gestionale anche
mediante il ricorso all’outsourcing di servizi.
E’
evidente che gli interventi da mettere in atto per rilanciare la ricerca
pubblica sono molti, significativi e onerosi. Ma è altresì evidente, e noi ne
siamo fermamente convinti, che o il Paese è pronto a compiere questo sforzo e a
compierlo subito, oppure la sfida dell’innovazione tecnologica è persa, e con
essa la sfida della competitività del Paese .
Allora
bisogna che IL GOVERNO TRASFORMI LE SUE LINEE GUIDA IN UN GRANDE PROGETTO PER LA
RICERCA.
In tale progetto dovranno essere coinvolte tutte le forze intellettuali, politiche, sociali ed economiche del Paese .
Un
GRANDE PROGETTO che dovrà essere pluriennale e che richiederà notevoli risorse
economiche e quindi anche notevoli sacrifici da parte di tutto il Paese.
Un
GRANDE PROGETTO che dovrà quindi basarsi su un vasto coinvolgimento e consenso
sociale.
Un
GRANDE PROGETTO per un futuro migliore per il nostro Paese basato su uno
sviluppo solido grazie al recupero di competitività attraverso l’innovazione
tecnologica indotta dalla ricerca .
Un
GRANDE PROGETTO per le future generazioni e per il quale si può pertanto anche
chiedere al Paese sacrifici .
Un
GRANDE PROGETTO che presuppone anche un patto di solidarietà tra generazioni,
unica possibilità per un futuro migliore .
Ci
auguriamo che da pare dei governanti ci siano decisione e lungimiranza: anche e
soprattutto su questo GRANDE PROGETTO verranno da noi sollecitati e valutati.
Un modello di assetto tipico di un ente di ricerca, che
sia coerente con i principi di autonomia della comunità scientifica enunciati
precedentemente, può essere
individuato secondo le linee di seguito indicate.
Va innanzitutto estesa
agli enti di ricerca l'autonomia statutaria riconosciuta attualmente solo alle
università, non solo quella regolamentare. La legge si limiterà a fissare gli
organi necessari che lo statuto deve prevedere e la specifica missione
scientifica che è assegnata all'ente: lo statuto è soggetto all'approvazione
del Ministero vigilante di concerto con il MIUR, o, un domani, di un
auspicabile organismo di coordinamento di tutti gli interventi pubblici nel
settore della ricerca. Lo statuto determina le modalità di approvazione e di
modifica dei regolamenti organizzativi. Leggi riguardanti in generale gli enti
pubblici e il loro personale non si applicheranno agli enti pubblici di ricerca
se non espressamente affermato.
Lo schema di statuto è definito dall'attuale Organo
direttivo dell'ente, integrato con un pari numero di rappresentanti eletti per
tre quarti dai ricercatori e tecnologi e per un quarto dal personale tecnico e
amministrativo.
Organi necessari dell'ente sono il Presidente, il
Consiglio di Amministrazione e il Comitato Scientifico.
Il Presidente è nominato dal Governo all'interno di una
rosa di nomi proposta dal Comitato Scientifico.
Il Consiglio di Amministrazione è l'organo che
sovrintende al reperimento delle risorse finanziarie, alla gestione
amministrativa ed economico-patrimoniale
e a quella del personale, fatte
salve le competenze del Comitato Scientifico in materia di programmazione e di
indirizzo scientifico e l'autonomia dei ricercatori nello svolgimento delle
attività di ricerca programmate. Nel C.d.A. saranno presenti rappresentanti
eletti dei ricercatori e tecnologi, in numero almeno paritetico rispetto a quello degli altri membri,
un rappresentante del personale tecnico e amministrativo, un rappresentante del
Ministero vigilante, un esperto di amministrazione, e possono essere presenti
esperti designati da soggetti esterni interessati alla cooperazione con l'Ente.
Il Comitato scientifico è l'organo di programmazione e di
indirizzo scientifico dell'ente, nell'ambito delle compatibilità indicate dal
Consiglio di Amministrazione, ed è composto da rappresentanti eletti dei
ricercatori e tecnologi. Lo statuto
disciplina la eventuale presenza in esso di esperti esterni.
Per gli enti di minori dimensioni le
funzioni del Consiglio di Amministrazione e del Comitato scientifico potrebbero
essere svolte da un unico organo, come avviene attualmente nel caso del
Consiglio Direttivo dell'INFN, che dovrebbe comunque essere in maggioranza
espressione elettiva della comunità scientifica dell'ente.
Il quadro sopra delineato punta fortemente sulla diretta
responsabilizzazione della comunità scientifica interna nel governo degli enti
di ricerca. Il riconoscimento di tale
capacità deve essere correttamente accompagnato dalla definizione di idonei
organismi di valutazione scientifica degli enti stessi. Tali organismi, per assicurare uniformità di
giudizi, dovranno essere articolazioni del CIVR, previste oltre che per gli
enti di ricerca, per le Università e
per le attività di ricerca
svolte da privati ma comunque finanziate con denaro pubblico.
La valutazione dovrà considerare tre elementi: gli obiettivi previsti, le risorse messe a
disposizione, i risultati conseguiti.
In particolare la valutazione degli enti di ricerca, tenendo conto della
loro specifica missione, sarà condotta riferendosi ad un sistema pesato di
indicatori quali: lavori scientifici,
risultati tecnico-scientifici tutelati industrialmente, contratti e convenzioni
nazionali e internazionali, attività di formazione.
I membri di tutti gli organismi di valutazione, devono
essere espressione della comunità scientifica - secondo il metodo
internazionalmente seguito del peer-to-peer - e ne deve essere garantita
l'indipendenza anche attraverso la rigida incompatibilità con qualsiasi altro
tipo di incarico collegato a fasi di scelta, di gestione o responsabilità negli
enti alla cui valutazione sono preposti.
3)
Sburocratizzazione della ricerca
Come è stato detto, affinché la ricerca
raggiunga in Italia un adeguato livello di competitività rispetto agli altri
paesi europei, è necessario aumentare in modo sostanziale le risorse economiche
ad
essa destinate e il numero dei ricercatori. Ma per rendere efficaci gli
interventi su questi due aspetti, pur fondamentali, della ricerca, occorre
eliminare quegli ostacoli, di natura burocratica, che impediscono ai
ricercatori e alle istituzioni pubbliche di ricerca di utilizzare al meglio le
risorse. La mancanza di certezza sull'entità e sui tempi dei finanziamenti,
impedisce una seria programmazione ed è particolarmente dannosa in un sistema
globalizzato dove è fondamentale arrivare "primi"; l'iter burocratico
per accedere ai fondi costituisce per i ricercatori un aggravio notevole,
a volte scoraggiante, in termini di tempo e di energie; il proliferare dei
fondi stessi, presso il MIUR o altri Ministeri, induce, a moltiplicare le
richieste e quindi i progetti di ricerca allo scopo di aumentare le
"chances" di successo. Gli effetti sono deleteri: si tende a
parcellizzare i progetti invece di mirare a progetti di grandi dimensioni e si
favorisce inevitabilmente il finanziamento a pioggia.
Occorrono pertanto una serie di
iniziative che rendano più efficiente il sistema.
Occorre che gli enti e le istituzioni di ricerca conoscano
tempestivamente l'entità dei fondi messi a disposizione dal Governo e che anche
i finanziamenti ordinari siano erogati in base a piani pluriennali. Il sistema
dei Fondi deve essere razionalizzato, in modo da favorire il costituirsi di
sinergie, che diano luogo a grandi
progetti di ricerca. Il processo dei finanziamenti deve essere semplificato al
massimo a tutti i livelli, sia in fase di presentazione dei progetti che in
fase di utilizzo dei fondi, eliminando forme di rigidità (ad es.
l’articolazione delle voci in capitoli che richiede specifiche autorizzazioni
per lo spostamento di somme dall’una all’altra). Nel caso di accordi di
programma tra Ministeri ed Enti e istituzioni di ricerca , è necessario che ci
sia una chiara distinzione di ruoli, riservando la gestione del processo dei
finanziamenti alle comunità scientifiche degli Enti e istituzioni di ricerca
(che utilizzeranno gli strumenti comunemente riconosciuti in ambito
internazionale, basati sul sistema della peer review) e la verifica dei
risultati ai Ministeri. Gli stessi Ministeri dovrebbero affidare la gestione
dei processi di finanziamento relativo
ai propri Fondi a organismi
scientifici, che utilizzino, anche in questo caso, il sistema della peer
review.
E' evidente, inoltre, che la struttura organizzativa di
un'istituzione di ricerca non può essere la stessa di altre pubbliche
amministrazioni, ma deveessere funzionale allo svolgimento della sua specifica
missione. Ciò va considerato sotto un duplice aspetto, normativo e gestionale.
In effetti, l'applicazione agli enti di ricerca della normativa generale
prevista per le pubbliche amministrazioni, ha mostrato forti limiti in termini
di burocraticità e gerarchizzazione, laddove la ricerca richiede tempi rapidi
nonché meno gerarchia e maggiore libertà di iniziativa e di sviluppo delle
idee. Un modo per superare questi inconvenienti è innanzitutto quello di
estendere agli enti di ricerca l'autonomia statutaria riconosciuta attualmente
solo alle Università, non solo quella regolamentare. La legge si limiterà a
fissare gli organi necessari che lo statuto deve prevedere e la specifica
missione scientifica assegnata
all'ente. Lo statuto, soggetto all'approvazione del Ministero vigilante
di concerto con il MIUR o, si auspica per il futuro, da un organismo di
coordinamento di tutti gli interventi pubblici nel settore della ricerca,
determinerà le modalità di approvazione e di modifica dei regolamenti
organizzativi. Leggi riguardanti in generale gli enti pubblici e il loro
personale non si applicheranno agli enti pubblici di ricerca se non
espressamente affermato.
Dal punto di vista gestionale non si può non rilevare che
un alleggerimento dei compiti di gestione degli enti di ricerca, mediante
l'affidamento all'esterno della gestione dei servizi, anche amministrativi, col
sistema dell'outsourcing consentirebbe di concentrare l'attività propria degli
enti stessi su quello che ne è "core business", la ricerca.