Cicero pro domo sua: perché mi sono iscritto all’ANPRI


Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo la lettera di un nuovo socio dell’ANPRI che ci spiega come mai un Dirigente di Ricerca del CNR, con oltre 30 anni di attività nell’ente, a pochi passi (o quasi) dalla pensione, abbia deciso di iscriversi alla nostra Associazione.

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Cari colleghi dell’ANPRI,

ho deciso da poco di associarmi all’ANPRI e se qualcuno di voi fosse pizzicato dalla curiosità di sapere cosa può indurre un diversamente giovane ricercatore del CNR ad aderire all’ANPRI può leggere il seguito (e spero non ne rimarrà deluso).

Qualche decennio fa entrai (grande fortuna!) in una struttura di ricerca del CNR a Mazara del Vallo; più che neonato, l’allora denominato Istituto di Tecnologia della Pesca e del Pescato era ancora in fase larvale o al massimo di “reclutamento all’area di pesca” visto che era costituito da un paio di stanze, qualche scrivania ed un po’ di libri, condivisi da un “manipolo” (non nel senso dell’antica Roma, ma di “gruppo esiguo”) di ricercatori e da un Direttore “foraneo” (proveniva da un altro Istituto del CNR situato in Ancona).

Orbene, già nelle prime fasi della mia attività di ricerca, riguardante la valutazione e gestione delle risorse pescabili (selvatiche) del mare (la cosiddetta Scienza Alieutica), mi ero posto due obiettivi fondamentali per quando mi sarebbe toccato ritirarmi in pensione, momento che allora appariva lontano anni luce: a) contribuire alla stesura di un piano di gestione che garantisse il massimo di cattura possibile compatibile con uno stato di sfruttamento medio (di solito vi dicono “sostenibile” ma, per gli addetti ai lavori, vuol dire esercitare una mortalità da pesca compresa fra limiti ben definiti) degli stock in mare, e b) contribuire a lasciare una “scuola di pensiero” per i futuri ricercatori su una disciplina in genere bistrattata dall’establishment accademico e da alcuni addirittura nemmeno considerata “scienza”.

Per quanto pieno di entusiasmo, il punto a) mi appariva quello più difficile da raggiungere; parafrasando un famoso statista europeo la cosa appariva davvero “un ardua impresa”, ma contavo molto sul punto b) (del tipo “noi non ce la faremo, ma magari chi verrà dopo di noi si!”). Ed infatti, almeno per il punto b), dal nulla e in pochi anni l’Istituto di Mazara è divenuto uno dei punti di riferimento per la Scienza Alieutica non solo Italiana ma anche Europea e Mediterranea e quindi la cosa lasciava ben sperare per il punto a).

Purtroppo, come fu fatto incidere su una lastra polverosa per un più drammatico avvenimento (“Mancò la fortuna, non il valore”), negli ultimi anni gli accadimenti sembrano voler frantumare non solo il punto a) ma anche il punto b).

Infatti, il recente percorso avviato dall’Italia e dalla Unione Europea per la pesca marittima appare per me incomprensibile a meno che l’obiettivo (nascosto?) non sia quello di chiudere la pesca “industriale” (di cui la pesca a strascico è uno degli elementi più rilevanti) lasciando solo la cosiddetta pesca artigianale (ritenuta fra l’altro più “ecocompatibile”).

Molti di voi potrebbero dire che, seppure nascosto, l’obiettivo appare auspicabile, ma ciò che non viene detto è che dell’attuale produzione (cioè la cattura sbarcata e venduta) già ridotta all’osso (si è passati dalle 500000 t degli anni ’80 alle 180000 t di questi ultimi anni) la pesca artigianale sbarca (almeno ufficialmente) ben poca roba. Quindi, a parte i costi per la collettività (si danno dei contributi per dismettere le barche a strascico) continuare a smantellare e non ammodernare la flotta a strascico Italiana implicherà, nell’immediato, certamente un aumento dell’import di prodotti ittici dall’estero.

Anche per il punto b) siamo messi molto male, perché, da alcuni anni, la struttura CNR di Mazara (adesso Sede Secondaria dell’Istituto per lo studio dell’Ambiente Marino Costiero, IAMC) sembra (sottolineo “sembra”) subire un assedio da terra e da mare finalizzato ad indirizzare le risorse ad altre sedi siciliane dello IAMC sia già esistenti sia previste a breve e tutte con connotazioni fra cui non appare (almeno in modo esplicito) la parola “pesca”. In succo, da buon siciliano, ho il sospetto che si voglia smantellare quanto faticosamente è stato costruito in più di 30 anni di ricerca (si pensi solo alla biblioteca che conserva migliaia di pubblicazioni sul tema alieutico e che non ha eguali almeno sul suolo siciliano).

Bene. Chi avesse avuto la perseveranza di giungere a questo punto della mia lettera, adesso può dare una risposta al primo interrogativo: “Perché a pochi anni dalla pensione mi associo all’ANPRI”. Badiamo bene, l’aiuto che spero di avere dall’ANPRI non riguarda la mia persona; io ho avuto già tanto dal mio Ente e dalla mia carriera professionale e l’unica cosa che potrei chiedere ad personam è di poter continuare a fare la ricerca che amo in un ambiente non ostile (privo di mine vaganti e senza colpi di mortaio). L’aiuto che vorrei riguarda il punto b): evitare che una prestigiosa struttura di ricerca alieutica venga annichilita.

Ma poi chi l’ha detto che alla famosa “Cicero pro domo sua” si debba attribuire una connotazione negativa, quando la “casa” a cui ci si riferisce può essere una casa di tutti noi?

Salutissimi,

Sergio Ragonese

Dirigente di Ricerca dell’IAMC – CNR

 

Questa notizia è stata pubblicata nella Newsletter ANPRI n. 3 del 3 febbraio 2017.

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