ALCUNE
OSSERVAZIONI SULLA POLITICA PER LA RICERCA
NUOVA VERSIONE
DI
ARTURO HERMANN
APRILE
2006
INTRODUZIONE
Nel dibattito di questo periodo, le questioni centrali sembrano essere le seguenti: constatato che il sistema della ricerca pubblica non funziona come dovrebbe, pu lapertura al mercato degli EPR sbloccare la situazione, ed in particolare indurre comportamenti virtuosi e trasparenti? E in questi processi, le politiche per la ricerca possono veramente essere relegate sullo sfondo? Senza pretesa di completezza, cercher di evidenziare alcuni aspetti:
1. STATO GIURIDICO DEI R&T E
DEGLI EPR
Da lungo tempo, nei documenti
programmatici si auspica una stretta collaborazione tra universit, EPR ed
imprese, e su questo punto, penso, siamo tutti daccordo.
Tuttavia, nelle varie proposte di
riforma, non mai stato chiarito a sufficienza come questo raccordo debba
essere effettuato e quali conseguenze potrebbe determinare per lo stato
giuridico dei R&T e degli EPR: sappiamo bene, infatti, che la missione
dei R&T da un lato, e degli imprenditori, dallaltro, diversa, anche se
ovviamente possono esserci interazioni e mobilit da un campo allaltro (ad
esempio, attraverso i ben noti processi di spin off): infatti, il principale obiettivo
dei primi realizzare avanzamenti scientifici e tecnologici, mentre il
principale obiettivo dei secondi ottenere un profitto.
Confondere i due ruoli lattivit
di ricerca e linvestimento in ricerca potrebbe comportare due pericoli:
i) trasformare i R&T in imprenditori, o farli comunque operare nella logica
dellimpresa privata, anche quando questo non rientri nelle aspirazioni degli
interessati; ii) favorire la ricerca applicata di breve termine (orientata al
profitto) a scapito di quella di medio e lungo termine (dai risultati pi
incerti ma anche pi promettenti).
Vi inoltre da osservare che i
concetti richiamati sono estremamente complessi e possono essere interpretati
in modo diverso a seconda delle esperienze e dei sistemi di valore dei diversi soggetti; consideriamo,
ad esempio, il concetto di "mercato": esso costituisce il punto
nevralgico dell'interazione tra due o pi persone finalizzata allo scambio di
prodotti e servizi lavorativi e risente quindi di tutte le influenze storiche e
culturali e delle personalit proprie di ogni singolo contesto; ad esempio,
nella cosiddetta economia di "Robinson Crusoe e Venerd" il
"mercato" senza dubbio pi semplice e le interazioni che si
verificano possono essere analizzate con maggiore facilit; ma, nelle nostre
economie, l'analisi complicata dal fatto che il mercato non costituisce un
"meccanismo esogeno" rispetto agli obiettivi ed ai valori dei
soggetti coinvolti ma un'istituzione che, nella terminologia di J.R.Commons,
con i suoi rapporti di "conflitto", "dipendenza" ed
"ordine" i quali trovano espressione, come osservato in precedenza,
in un complesso sistema di relazioni giuridiche di diritti, doveri, libert ed
esposizione associato alle transazioni che vi si svolgono evolve insieme alle
altre, contribuendo cos a determinare i tratti distintivi dell'evoluzione
culturale in ogni singolo contesto.
Il mercato quindi creato e
mantenuto da deliberati interventi pubblici, ossia da politiche economiche. Vi
sono quindi profonde interrelazioni tra mercato e politica economica, che
trovano il loro comune fondamento nella dinamica dell'azione collettiva.
Questi aspetti si riflettono anche nella circostanza (v.oltre) che i mercati tendono a presentare rilevanti "imperfezioni" che riflettono la complessit delle relazioni istituzionali che definiscono la struttura del "mercato".
2. GLI EPR ED I R&TCOME
SOGGETTI ATTIVI DELLE POLITICHE PER LA RICERCA
A questi problemi possono applicarsi, oltre che le considerazioni dei punti precedenti, anche le seguenti: i) la ricerca di base, ed in parte quella applicata, hanno la natura di bene pubblico, ossia presentano, al tempo stesso, unelevata utilit sociale, ma una incerta e lontana redditivit prospettica (in termini di benefici privati); di conseguenza, poich i privati non hanno sufficienti incentivi a realizzarla, si rende necessario un investimento pubblico; ii) inoltre, anche quando appare possibile costituire un "mercato" della ricerca, i problemi non mancano: come ben sappiamo, il mercato, per svolgere il suo ruolo, deve essere sufficientemente perfetto; alcuni requisiti essenziali per la realizzazione di tale perfezione sono la concorrenza, effettiva o almeno potenziale, e la trasparenza delle informazioni (come facile vedere, i due concetti sono altamente correlati).
Ora, come mostrato da una nutrita letteratura, il mercato della ricerca, ed in generale dei prodotti complessi ad alta tecnologia, sono gravemente imperfetti a causa, tra gli altri, dei seguenti motivi tra loro interrelati: i) notevoli asimmetrie informative tra venditori e acquirenti, derivanti soprattutto dal vantaggio di informazioni e di conoscenze a favore dei primi; ii) complessit, e conseguente imprevedibilit, delle future traiettorie scientifiche e tecnologiche; iii) concorrenza reale e potenziale scarsa, con conseguenti situazioni di potere di mercato.
In questa situazione, appare evidente l'importanza delle politiche pubbliche per la ricerca ed il ruolo che gli EPR ed i R&T possono svolgere in tale ambito; a questo riguardo, possiamo osservare:
in
Italia sempre mancata una vera politica per la ricerca; ma in compenso, anche
in conseguenza di ci, vi sempre stato un notevole controllo politico della
ricerca, speso esercitato attraverso il paravento del "mercato della
ricerca".
.
A
questa situazione ha notevolmente contribuito, in un circolo vizioso, la
mancanza di autonomia degli enti, derivante dalla logica delle
"competenze" (e della "vigilanza") ministeriali.
Come evidenziato da importanti studi, le politiche economiche costituiscono entit complesse di azione collettiva, articolate su numerosi livelli "orizzontali" e "verticali"; quindi, nel nostro caso, una vera politica per la ricerca richiede il coinvolgimento attivo anche (e soprattutto) degli enti e dei R&T; in questo senso, autonomia dell'ente implica che ciascun ente (ed anche, nel suo ambito, ciascun R&T) possa autonomamente elaborare una sua politica di sviluppo scientifico.
3. LE DIFFICOLT DEL PROCESSO
DI VALUTAZIONE
Come evidenziato da un'interessante letteratura, i processi di valutazione sociale costituiscono un ingrediente essenziale di ogni azione di politica economica. Nel caso delle politiche della ricerca, uno degli aspetti che rende difficile il processo di valutazione il suo carattere incerto, conflittuale, ed in parte culturalmente determinato:
Incerto, perch, per definizione, non conosciamo ora gli esiti complessivi delle nostre ricerche, ma possiamo solo cercare di prevederli in modo molto imperfetto; di conseguenza, molto difficile valutare la reale portata degli avanzamenti scientifici realizzati e dei progetti in corso, anche in considerazione del carattere unitario della scienza. possibile solo, in modo imperfetto, valutare lo sforzo; ma, di nuovo, a parit di sforzo, si pone il problema fondamentale di valutare se lo sforzo sia indirizzato su una traiettoria promettente.
Conflittuale ed in parte culturalmente determinato, perch tali conflitti tendono ad investire diversi valori, interessi e visioni del mondo. Questo perch, come ben noto, la scienza non neutrale, ma parte integrante del nostro sistema sociale e culturale.
Queste caratteristiche della ricerca pubblica e privata rendono difficile mettere in atto un adeguato processo di valutazione delle relative attivit, e favoriscono quindi, attraverso i noti meccanismi dellautoreferenzialit, laccentramento del potere decisionale, con le conseguenze che ben conosciamo, non solo in Italia, ma anche allestero.
In effetti, dovrebbe cambiare il concetto stesso di valutazione: non pi un giudizio rigido, gerarchico e unidirezionale, improntato a dubbie logiche, ma un confronto aperto su programmi e progetti.
In questo senso, la valutazione dovrebbe assumere le caratteristiche
di processo di social valuing (v.oltre) di tipo "orizzontale" e
"verticale" che coinvolga veramente tutti gli attori, le politiche e
le istituzioni interessate. In questo processo, dovrebbero essere valutati non
solo gli enti ed i R&T ma anche le politiche per la ricerca, in particolare
la loro capacit di incidere effettivamente sui gravi problemi che affliggono
il sistema della ricerca, primo tra tutti il dilagare del lavoro precario.
4. LA DERIVA DEL PRECARIATO
Da anni ormai il lavoro intellettuale e creativo viene costantemente penalizzato, e si oramai affermata presso gli EPR una "mentalit" che considera la precariet permanente (compresa quella degli stessi EPR) come un fenomeno normale. Si prende a riferimento il modello degli U.S.A. dove per la precariet interessa solo le fasce pi deboli della forza lavoro. In effetti, il precariato, nel suo caotico proliferare, costituisce il drammatico riflesso della mancanza di autonomia e programmazione negli EPR, ormai ridotti a vivacchiare nella logica del "tira a campare" delle "commesse" di turno.
In Italia, la deriva del precariato stata favorita dalle recenti riforme del mercato del lavoro le quali, con la privatizzazione del rapporto di lavoro, l'introduzione delle figure contrattuali atipiche, hanno aumentato la "flessibilit" nella gestione delle risorse umane ed eliminato di fatto ogni limite ragionevole alla durata del precariato. Un precariato che costituisce non solo un dramma esistenziale ma una perdita sociale in termini di mancata valorizzazione del "capitale umano". Il lavoratore precario, infatti, tende ad essere pi sfruttato, meno sereno e meno autonomo.
Per superare questo problema, sono necessarie linee di intervento che investano in modo coordinato il ruolo delle varie istituzioni coinvolte; con riguardo alle politiche per gli EPR, l'azione a livello legislativo e contrattuale dovrebbe restituire loro autonomia e dignit, e concentrarsi in modo stringente sui meccanismi della programmazione del fabbisogno di personale: in particolare, (i) stabilendo una quota massima di lavoratori precari in rapporto al personale di ruolo; (ii) individuando, per qualsiasi tipo di rapporto di lavoro precario (anche gratuito, come negli stage) un preciso limite temporale, anche con riferimento alla loro cumulabilit; (iii) ci dovrebbe valere in particolare per le collaborazioni a "progetto o a commessa", attraverso le quali si tende ad "istituzionalizzare" il precariato; (iv) stabilendo quindi una tenure track con precise cadenze temporali e risorse certedallo stage, al dottorato o borsa di studio, agli assegni di ricerca, al tempo determinato, all'immissione in ruolo attraverso concorsi nazionali o strumenti contrattuali (tipo art.5 dell'ultimo CCNL).
Questi interventi dovrebbero costituire il fondamento di una chiara e lungimirante programmazione delle attivit degli EPR, finalizzata alla piena realizzazione delle loro missioni.
5. IL PROBLEMA DELLE PROGRESSIONI DI CARRIERA
Purtroppo, tutti sappiamo che la
logica del concorso "orientato", per non dire
"fotografico", ancora imperante, con una dinamica spiegata bene
dalla teoria della "incoerenza dinamica": il concorso deve essere
"aperto" sulla carta e devono vincere i pi bravi, poi non si resiste
alla tentazione di un buon "primo piano".
Questa situazione favorita dalla
struttura dei bandi di concorso, in particolare per i livelli pi avanzati del
profilo di ricercatore, i quali spesso prevedono in grave violazione del DPR
171/1991, che stabilisce come criterio basilare di valutazione la capacit di
determinare avanzamenti rilevanti nelle conoscenze che alla valutazione
dell'attivit scientifica sia assegnato un peso molto basso (o comunque non
molto rilevante) rispetto agli incarichi di coordinamento ed alle attivit
svolte presso istituzioni, per i quali spesso non previsto nei bandi un
chiaro collegamento con l'attivit di ricerca svolta nell'ente. Di conseguenza,
qualunque incarico pu essere ipervalutato con la massima facilit per
incrementare i punteggi del candidato in primo piano.
Un altro elemento importante che
favorisce il concorso fotografia , in molti EPR, l'assenza, o una definizione inadeguata, delle aree
scientifiche e dei settori tecnologici. Si pu quindi facilmente focalizzare il
concorso in base alle competenze ultra-specifiche del candidato in primo piano
(ad esempio, esperto dell'economia Abruzzese).
In questa situazione di
mortificazione del lavoro di tipo scientifico, i R&T si sentono
disorientati e rassegnati, non credono in nessun cambiamento e si rifugiano
nell'individualismo.
Credo quindi che dobbiamo puntare
molto in questa direzione, innanzitutto richiedendo negli enti una chiara
programmazione del fabbisogno del personale e bandi di concorso conformi allo
spirito del 171. Certo non sar facile, ma al tempo stesso credo che sia un
punto essenziale: non infatti solo un problema di carriera ma anche di
riconoscimento del proprio lavoro e del valore dell'autonomia della ricerca.
Questa situazione si riflette in
modo ancora pi drammatico, anche a causa dell'insufficiente scorrimento
verticale, sul numero crescente di ricercatori precari.
PROBLEMI APERTI E CONCLUSIONI
Alla luce di queste brevi considerazioni, ho
limpressione che un'apertura "al mercato" degli EPR produrr
un'ulteriore frammentazione del comparto e della necessaria unitariet della
politica per la ricerca. Ci accade perch, a fronte di una riduzione del ruolo
della valutazione sociale delle politiche per la ricerca (ossia
dellesplicitazione dei criteri di scelta) e dellassenza, per i motivi richiamati,
di un vero mercato della ricerca, lincertezza e larbitrio delle scelte
aumenteranno enormemente, a tutto vantaggio delle vecchie logiche di potere.
Certo, le soluzioni per i problemi richiamati non
sono semplici, ma penso che non possano essere trovate se non attraverso un pi
chiaro, rafforzato ed efficace intervento pubblico nel campo della ricerca (che
ovviamente, ben diverso dallo statalismo, ma, al contrario, rivolto alla
valorizzazione di tutte le risorse, sia pubbliche che private); tale intervento
potrebbe trarre grande giovamento da un adeguato processo di social valuing ossia, nel nostro caso, dalla
valutazione, in termini di benefici sociali, delle diverse politiche per la
ricerca che coinvolga veramente tutti gli attori interessati. Sarebbe cos
possibile avere unidea pi chiara dei costi e delle opportunit delle diverse
alternative, e, di conseguenza, dei loro effetti attuali e prospettici sul
sistema economico e sociale.
Un intervento di questo tipo intrinsecamente
complesso e conflittuale, anche perch coinvolge numerose politiche attuate da
differenti istituzioni: tra le altre, industriali, del lavoro, della
concorrenza, dello sviluppo delle aree depresse, dellistruzione, della
formazione, di riequilibrio finanziario, sociali e ambientali. E, a questo
riguardo, ben noto che le istituzioni e le procedure per attuare un reale
coordinamento tra le politiche sono ancora inadeguate, con i risultati che
tutti conosciamo:
i) basso livello di investimenti in ricerca (e, di
conseguenza, basso livello di specializzazione nei settori ad alta tecnologia)
nelle imprese e negli EPR;
ii) scarso trasferimento tecnologico verso le aree
e le imprese meno innovative;
iii) insufficienti sinergie tra ricerca, istruzione e
formazione (nonostante tutte le buone intenzioni al riguardo).
In questa situazione, la riduzione degli stanziamenti
pubblici per gli EPR e la loro delegittimazione e riduzione di autonomia
potrebbero avere, paradossalmente, un effetto fortemente negativo non solo
sulla ricerca pubblica ma anche su quella privata e, pi in generale, sullo
sviluppo del "sistema nazionale di ricerca e innovazione".
Infatti, abbiamo osservato che uno dei problemi
strutturali delleconomia italiana lo scarso livello (uno dei pi bassi tra i
paesi sviluppati) delle risorse, assolute e relative, che gli EPR e le imprese
dedicano alla ricerca.
Il problema dello sviluppo italiano quindi quello, come molte analisi
sottolineano, di creare condizioni di contesto adeguate per lo sviluppo della
capacit innovativa delle imprese; e in tale quadro, le interazioni tra EPR ed
imprese possono svolgere, nel rispetto delle rispettive missioni, un ruolo
importante nel trasferimento di conoscenze e competenze.
Se per la missione di pubblica utilit degli EPR
viene sacrificata a quella di beneficio privato delle imprese, si otterrebbe il
seguente risultato: non solo verrebbe meno il ruolo degli EPR ma verrebbero
anche ridotti gli incentivi per le
imprese ad incrementare la loro quota di R&S e, pi in generale, la loro
competenza tecnologica perch dovremo essere noi a svolgerla per loro, magari a
prezzo ridotto.
Il miglioramento delle strutture di coordinamento
delle politiche e delle istituzioni potrebbe costituire un elemento essenziale
per la definizione di una vera politica per la ricerca; in questo ambito, gli
EPR, le istituzioni di ricerca private ed i R&T potrebbero svolgere,
attraverso lutilizzo e laccrescimento
del loro patrimonio di esperienze e conoscenze, un ruolo rilevante nella
definizione ed attuazione delle politiche per la ricerca.
Credo che il punto essenziale sia
questo: restituire agli enti ed ai R&T dignit di soggetti responsabili e
autonomi, non pi sottoposti a "tutele" di vario tipo. A tal fine
sarebbe opportuna una legge di stato giuridico non solo per i R&T ma anche
per gli EPR, nella quale vengano chiaramente stabiliti questi importanti
principi. Ciascun ente deve essere, nella sua missione e nella sua identit, un
soggetto autonomo e responsabile. In questo senso, l'unione fa la forza, mentre
la frammentazione del comparto, lo abbiamo visto, non giova a nessun ente.
In conclusione, sarei per una azione
che contrasti fortemente queste iniziative e faccia pressione sui pubblici
poteri per la definizione di una vera politica per la ricerca.
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